C’era una volta il Trial

Uno sguardo critico ma volutamente ottimista sulla disciplina più Zen del motociclismo

Mai come in questo periodo la disciplina sportiva del Trial, lo Sport che seguo da più di trent’anni, vive un momento di crisi d’identità che ne sta inesorabilmente inquinando alle radici lo spirito originario.

Quello stesso spirito che nelle desolate lande scozzesi agli inizi del secolo scorso vedeva uomini e macchine mettersi alla prova sfidando l’asprezza della natura selvaggia delle Highlands; battaglie epiche che questi impavidi uomini realizzavano cercando di compiere percorsi accidentati con il nuovo strumento di potere del secolo ovvero le macchine, massima espressione della rivoluzione industriale che avrebbe per sempre condizionato il progresso dell’uomo fino ai giorni nostri.

Ma cosa spingeva questi coraggiosi a mettere in discussione le proprie abilità tecniche e meccaniche, quale era il senso di tutto questo?

Certamente l’affidabilità del mezzo, il divertimento, il gioco ma anche il desiderio di mostrare la propria supremazia nei confronti degli altri e più profondamente l’ancestrale sfida alla natura, atavico richiamo dell’uomo.

Nasceva così la Sei Giorni Scozzese di Trial che nel 1909 diventava la prima competizione motociclistica al mondo, la più longeva e antica nella quale ancora oggi vede sfidarsi con grande successo di partecipazione i 350 trialisti giunti da ogni parte del mondo a celebrare questa mitica competizione.

Questo evento è a tutti gli effetti il precursore del Trial attuale, almeno nello spirito e nella sua etica sportiva riassumibile in una sfida alle difficoltà incontrate nell’affrontare tratti fuoristrada particolarmente accidentati dove la velocità perde significato in favore dell’abilità esercitata nel percorrere questi tratti, senza poggiare piedi a terra ed interrompere l’azione della motocicletta.

L’evoluzione e l’interesse creato da questa appassionante disciplina, ha portato velocemente ad una sua importante diffusione già nell’immediato dopoguerra espandendosi a macchia d’olio dall’Inghilterra fino alla Spagna e Italia che con i suoi molti importanti costruttori negli anni a cavallo tra il ’70 ed il 1990 ne hanno decretato il successo. Purtroppo negli ultimi venti anni altrettanto velocemente si è assistito ad un costante declino di popolarità, vendite e ad una sostanziale involuzione generale.

Questa doverosa introduzione apre la mia analisi attorno all’attuale stato dei fatti, un approfondimento che vuole essere una presa di coscienza rispetto a tutta una serie di discrasie generali che dai mezzi meccanici ai regolamenti ne stanno fortemente condizionando sviluppo e comprensione.

Ciò che immediatamente salta all’occhio è la frammentazione regolamentare caratterizzante l’assetto agonistico mondiale, un aspetto questo che condiziona tutto il sistema di crescita dell’intera filiera professionale e sportiva.

Siamo arrivati al paradosso che molte ed importanti Nazioni, in netta contrapposizione con la regola No-stop utilizzata da FIM, hanno adottato una propria libera interpretazione con il risultato di creare confusione e generale sfiducia dei piloti, del pubblico e di tutti i potenziali stakeholders verso le stesse istituzioni garanti della regola.

L’Inghilterra nazione depositaria della tradizione trialistica si è dotata di una regola che permette la fermata e penalizza l’arretramento mentre contempla il regolamento No-Stop in alcune competizioni classiche quali proprio la SSDT, la Francia permette la fermata e l’arretramento è concesso a patto che non si poggi a terra il piede, così come la Spagna che aggiunge anche un extra-time di 10 secondi al tempo totale  concesso di un minuto e mezzo (comune a tutte le nazioni) per completare la zona controllata, infine l’Italia che per distinguersi ha implementato oltre a quanto presente in Spagna la regola del tutto è permesso, arretramento con piede a terra, incroci di traiettoria, appoggio del manubrio a terra così come ogni parte del corpo a contatto con il suolo sono consentiti in questo regolamento che molto opportunamente è stato ridefinito “Stop & Hop”.

Questa giungla normativa non ha fatto altro che distogliere l’attenzione dai veri problemi che affliggono la disciplina agonistica, già perché curiosamente lo Sport del Trial quello che più in generale comprende le Mountain Trial e l’utilizzo ludico del mezzo per la sua relativa semplicità non soffre le stesse problematiche raccogliendo una media di 400 presenze per ogni appuntamento proposto.

L’evidenza con la quale dobbiamo fare i conti è quindi un sostanziale riordino delle norme cosa ostinatamente non riuscita a FIM (sostenuta dalle aziende) che con il No-Stop, se dà una parte ha calmierato la pericolosità nelle gare mondiali, dall’altra si è scontrata con l’oggettiva impossibilità di giudicare una fermata in zona con la tecnica raggiunta attualmente dai piloti nel Trial, rendendo di fatto inattuabile la regola così come doveva essere nei suoi nobili propositi; fallimentare anche nel gradimento del grande pubblico che ha fortemente osteggiato questa norma interpretandola come una limitazione delle libertà espressive dell’atleta, nel frattempo sempre più evoluto in una direzione indooristica, mutuata in buona parte dalla tecnica delle Bike-Trial, fatta di fermate sotto agli ostacoli, posizioni e balzi da fermo per superare gli stessi.

Le aziende costruttrici dal canto loro in questi anni hanno non hanno brillato in quanto a marketing ed investimenti, inseguendo per lo più il profitto e la riduzione di costi, limitandosi a sostenere dal 2013 la FIM nel “progetto No-Stop”. Conseguentemente l’evoluzione dei motocicli è andata verso una specializzazione esasperata tale da rendere poco appetibili queste motociclette ai non addetti ai lavori, non trascurabile nemmeno la relativa minore affidabilità dei mezzi.

Il risultato di questa “babilonia” si può riassumere con la metafora di Cenerentola, la più bella ma la più bistrattata ed in questo contesto l’evoluzione professionale, elemento fondamentale nell’agonismo di alto livello, non trova spazio fagocitando inesorabilmente i sogni e le speranze di tanti giovani costretti a smettere anzitempo.

In mezzo a tutte queste incongruenze, si devono muovere gli stakeholders della disciplina, siano essi agonisti, sponsor, moto-alpinisti o semplici praticanti che riuniti in associazioni o Moto Club, amano mostrare le proprie capacità organizzative in manifestazioni ed eventi sportivi. Quindi, va da sé considerare come centro di gravità proprio queste figure senza le quali il sistema non può reggere.

Ecco allora il Trial come vorrei, una disciplina con chiara la sua origine che ne determina altrettanto chiaramente la sua identità, con una definizione regolamentare uguali per tutti, da applicare scrupolosamente a percorsi di gara con caratteristiche ben precise di tecnicità e assenza di pericolo, le più naturali possibile, dove la guida su due ruote diventa una condizione essenziale, distinguendosi così dal mono-ruota sempre più in uso su ostacoli artificiali indoor ed applicabile maggiormente negli X-Trial.

Vorrei che le aziende costruttrici riconsiderassero i loro modelli, vestendoli da moto come un tempo, ma con l’opportunità di spogliarsi delle sovrastrutture e diventare strumenti di gioco, TRS con il suo modello X-Track apre la strada proprio in questa direzione, al prezzo di una moto ne avremmo due.

Vorrei che le associazioni di volontari, i Moto Club avessero dal proprio ente di riferimento il sostegno tecnico, umano ed economico necessario per richiedere alle amministrazioni locali spazi ed aree autorizzate; nel frattempo promuovere, con l’aiuto delle aziende ed i suoi rivenditori e magari ottenere piccole sponsorizzazioni, la realizzazione di scuole di avvicinamento e diffusione della disciplina, creando una vera e propria rete dove le individualità si trasformano in sinergica collaborazione verso obiettivi comuni.

Certo, allo stato attuale tutto questo pare utopia, semplicemente perché come spesso accade da noi si teme il cambiamento e così facendo ognuno può rimanere in casa propria al sicuro, a curare il proprio piccolo interesse convintamente arroccato sulle sue posizioni, ma paradossalmente lamentandosi che nessuno fa niente.

Credo fermamente, per l’esperienza maturata in anni di presenza sui campi di gara di tutto il mondo che solo determinati presupposti possono far risplendere nuovamente il nostro Sport; solo con rinnovata energia scrollandosi dal torpore attuale, guadagnerebbe lo slancio e l’entusiasmo in ogni direzione, dalla crescita di una filiera agonistica all’organizzazione di una competizione di qualsiasi livello. Per questo, auspico la necessaria competenza nei progetti ma anche meno presunzione e più collaborazione nell’azione, elementi necessari per ridare un futuro allo Sport più bello del mondo e non dover più scrivere malinconicamente: “c’era una volta il Trial”.

Concludo ricordando cosa diceva molto opportunamente a riguardo il grande imprenditore americano Henry Ford:

Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progressolavorare insieme un successo.”