L’anima del Trialista

Splendida testimonianza del Campione del Mondo 125 Trial 2015, Marco Fioletti.

La vita invisibile dell’atleta

Il successo, le prestazioni sovra-umane, i record infranti ma questa non è la vita degli atleti. “Quando tutto è perfetto” scriveva Nietzsche “non ci chiediamo come sia successo, ma esultiamo per il presente come se fosse spuntato per magia. Nessuno può vedere nell’opera dell’artista il suo divenire. Questo è un bene, perché ogniqualvolta si può vedere l’atto del divenire, l’entusiasmo si raffredda”.
Ed è qui, quindi, che una riflessione più profonda ci porta a scoprire quella che io definisco “la vita invisibile” dell’atleta. Rinunciare per ottenere. Una contraddizione, un ossimoro o forse la pura verità. Rinunciare a quella che è una vita normale, rinunciare al “giovane divertimento”, rinunciare all’alcool e alle serate in discoteca.
Tutto nasce da un sogno. Un bambino che vede per la prima volta il suo idolo alla tv, o sui giornali oppure di persona. Un’emozione che si cicatrizza nel cuore e lì ci rimane per sempre. “Voglio diventare come lui!”
Un’idea che nasce per gioco (e così deve restare per tutta la giovinezza del bambino) per poi diventare un vero e proprio ideale di vita, un modo di essere e di comportarsi.
Iniziano le prime difficoltà, i primi “non posso” detti agli amici, le prime sere rinchiusi in casa perché il giorno dopo c’è un allenamento duro o una gara. I primi scontri con noi stessi. “Non ce la posso fare! Perché lo faccio? Ne vale veramente la pena?”
Le lotte con gli insegnati che non riconoscono l’attività sportiva come se mente e corpo siano due cose nettamente separate. Quei “potresti fare di più” che non tengono conto dell’impegno che ci metti, del tempo che trovi per lo studio anche quando non c’è. Eppure continui ad andare avanti nonostante la strada sia in salita. Una pendenza che pare un muro diretto al cielo. Corri, cammini o strisci ma non ti fermi mai.
Poi scatta qualcosa. I primi sacrifici vengono ripagati e vieni inserito in una squadra importante. Magari la nazionale. Ora insieme a te, a metà della salita, c’è anche uno zaino pesantissimo sulle tue spalle. Devi dimostrare! Devi far vedere che la loro scelta è stata corretta. Occhi puntati su di te! Aumenti gli allenamenti, cerchi di migliorarti, di stare attento a ogni singolo particolare per andare oltre i tuoi limiti ma non badi al recupero. Cadi nella trappola del sovrallenamento. Le forze mancano, l’appetito non c’è, la testa non risponde e soprattutto i risultati non arrivano. Andavi bene e ora non ce la fai più. L’interesse della squadra verso di te sembra mancare. Capisci che le simpatie non erano rivolte a te come persona bensì ai tuoi risultati. Ora la salita si fa una scalata senza corde. Sei sull’orlo del precipizio. Rischi di cadere e di sprofondare nell’ignoto ad ogni istante. Allora decidi di non correre più verso la vetta ma ti fermi un attimo. Analizzi gli errori e riparti da lì. Ora cammini e non corri più. Sei costante, deciso e con gli occhi puntati sull’obbiettivo. Capisci che l’unica persona su cui puoi fare affidamento sei tu. Inizi a credere in te stesso. Inizi a perseverare giorno dopo giorno. La strada sembra infinita. Il sudore ormai ti ha corroso le energie. L’unica cosa che ti resta è l’anima.
Ed ecco che dopo molto tempo spunta d’improvviso la linea del traguardo. Sei in vetta. Non ci credi. Non sei pronto. Piangi.
Tante persone accorrono ad acclamarti. Trovi tanti amici che non ricordavi di avere. E poi c’è un gruppetto nero. Loro ti guardano male. Non capisci subito ma poi capirai.
Ti senti bene ma non fai in tempo ad abituarti che sei di nuovo da solo in salita. Segui la tua ombra e lotti per il resto della tua vita.

Marco Fioletti

Autore: Andrea Buschi

Coach in Motorsports Pilota e Tecnico di Alto Livello Trial, Dottore in Scienze Motorie e Sportive Allenatore di 4° Livello CONI Web Journalist

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