A chi piace questo no-stop?

Analisi definitiva sulla regola in vigore nelle gare internazionali.

Lo ammetto, il detto socratico del “so di non sapere” mi ha sempre condizionato nelle scelte di vita quotidiane, figuriamoci nella mia professione sportiva, nella quale per questo rivendico il diritto di cambiare opinione.

E’ chiaro che questo principio, se applicato con modestia, rende più fluido il pensiero tenendolo in continua e costante evoluzione, ciò molto spesso aiuta ad avere una visione più critica e probabilmente completa dei problemi.

Ho volutamente iniziato chiarendo questo importante concetto perchè necessario a comprendere le evoluzioni del pensiero critico che ognuno di noi ha rispetto alla propria esperienza, competenza espressa nel quotidiano.

Ma veniamo al tema di questo post che in ossequio a quanto sopra scritto ho voluto provare personalmente in veste di pilota durante la prova italiana di Campionato Europeo a Pietramurata.

La mia esperienza con la regola no-stop infatti si limitava ad essere quella di Minder in gara e Coach in allenamento, quindi la mia valutazione non poteva essere completa per poter essere definitivamente cassata.

Con questo spirito ho affrontato la gara nella categoria Over registrando due aspetti negativi fondamentali ed uno correlato. Non voglio dilungarmi in facili giudizi personali, poichè sarebbe troppo facile affondare il coltello nella ferita aperta oramai dal 2013 anno di introduzione di questa regola.

La prima stortura di questa regola sta nella pericolosità della stessa, infatti la conformazione delle moderne difficoltà esige un margine di sicurezza che passa necessariamente attraverso la possibilità di fermarsi per preparare l’esecuzione tecnica dell’ostacolo e successivamente ristabilizzare l’equilibrio dopo il superamento dello stesso. Da notare che questo punto aumenta esponenzialmente all’aumentare del grado di difficoltà degli ostacoli qualunque essa possa essere la loro conformazione.

Il secondo punto riguarda l’approccio sportivo dell’atleta che in una condizione simile si trova ad essere messo in concorrenza con avversari che pur pedalando in zona conquistano un tre a fronte invece di un paasaggio netto ma penalizzato, suo magrado per una fermata, con la massima penalità. Di certo in tal modo non si può parlare di Etica ed evoluzione sportiva, ma al contrario di scoramento e disaffezione alla disciplina.

Questi aspetti, sono talmente condizionanti che hanno portato lo stesso ideatore a promuovere il paradosso dello “stop dinamico”, un ossimoro che porta al correlato critico dei Giudici di zona, costretti a giudicare secondo un metodo assolutamente soggettivo anzichè oggettivo come ci insegna l’etica degli sport sottoposti al giudizio dell’occhio umano.

Che fare quindi per dare soluzione a questa stortura, beh certamente vista la scarsa propensione del sistema politico ad ascoltare le necessità della base, bisognerebbe che i piloti con decisione si astenessero in massa ad una sola gara e probabilmente il mancato introito scatenerebbe un corroborante effetto domino, naturalmente mi riferisco non ai top rider troppo vincolati da contratti di lavoro, ma a tutti gli altri che pagano per divertirsi.

In conclusione, mi piace pensare che il Trial abbia bisogno di altre azioni importanti per la sua valorizzazione, Scuole, promozione sul campo, nuove aree e strategie per ottenerle e via discorrendo. Inutile quindi accanirsi sulle regole di gara quando è chiaro e lampante che il livello, la spettacolarità e la eventuale pericolosità dipendono essenzialmente dalla tracciatura delle zone.