Il mondo non sta a guardare

La competizione è feroce là fuori. In ogni ambito. Tanto più nello sport. Non basta avere talento per arrivare, ma oggi più che mai è necessario avere motivazione, intenzione e propensione al rischioper arrivare.
Troppo spesso atleti più o meno giovani si sentono arrivati o si nascondono dietro a un fantomatico talento, e si adagiano sui primi buoni risultati, per poi rimanere sorpresi quando non progrediscono o vengono superati da altri atleti. Ma il mondo non sta a guardare. Mentre ce ne stiamo seduti a crogiolarci nei nostri successi (reali o presunti), là fuori c’è qualcuno che sperimenta, che alza l’asticella, che non si accontenta. Che sposta il limite o addirittura lo cambia.

Impossibile definire cosa sia il limite in modo univoco. Fino a pochi anni fa era impensabile raggiungere certe velocità sugli sci o completare un quadruplo Axel nel pattinaggio o correre una maratona in 2h 01’: 39’’. Eppure oggi c’è gente che quel limite l’ha ri-definito. Il limite non è mai assoluto né definitivo. Il limite è e sarà sempre un concetto in continua evoluzione, le cui regole e parametri sono in progress. Certo, molto dipende dalle tecnologie e dai programmi di allenamento sempre più evoluti, ma l’intenzione dove sta? Perché un limite venga superato e si generino nuovi livelli di competizione, da qualche parte deve primariamente esserci qualcuno che pensa di poter non solo superare quel limite ma anche ri-definirlo.

Il superamento del limite non è più solo un fatto quantitativo, ma anche qualitativo ossia di significato e di natura stessa del limite.Per sopravvivere a questi livelli di competizione sempre più spinta non basta più avere talento o affidarsi all’allenatore migliore. Bisogna fare la differenza, come individui, nell’approccio e nella capacità di cavalcare le onde di questa competitività. Rinunciare a un ruolo da spettatore e guidare il cambiamento nella definizione di limite.

Stiamo parlando di un ruolo pro-attivo che ciascun atleta (ma non solo) può avere nell’approcciare la competizione. Il che non significa unicamente superare un limite pre-esistente ma crearne di nuovi, introdurre nuovi elementi e aprirsi all’esplorazione di qualcosa che non c’è piuttosto che andare oltre a qualcosa di già dato.
Perché là fuori ci sarà sempre qualcuno che, mosso da spinte ben più decisive, supererà nuovi limiti e detterà nuove regole e nuove logiche competitive.

Dott.ssa Valentina Penati

Conflitti autolesionisti

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Ovvero vizi e virtù del nostro essere italiani

In seguito al mio ultimo post sul Trial, ritengo utile sottolineare questo pensiero, sullessere italiani in modo tutto nostro, scritto da Federico Faggin uno dei padri fondatori del microchip e touchpad.

«In Italia mi sembra che manchi quel senso del bene comune, che vedo invece in Paesi che hanno avuto più successo e in base al quale, se uno realizza un aumento di valore, ne beneficiano tutti e non solo lui. Questa mancanza si traduce, in politica, in governi che non durano, non hanno una strategia o un piano di lunga durata, in modo da dare risultati. È un peccato perché gente brava ce n’è tanta in Italia. Capace, piena di intelligenza e voglia di fare. Viene frustrata da un ambiente che non dà opportunità, taglia le gambe… Questa rivalità si traduce a volte in una conflittualità autolesionista. Facendo un paradosso, la mentalità che sembra prevalere a volte in Italia è questa: “Sono disposto a perdere, pur di far perdere anche te”. Sembra assurdo… In una trattativa, uno può uscire vincitore e l’altro sconfitto, o viceversa. Ma si può anche ottenere entrambi qualcosa, da una negoziazione. Il modo peggiore di concludere invece è lose to lose: per non far vincere l’altro, si perde tutti e due.» Meditate gente, meditate…

Il mondo utopico del Trial

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Prendiamo il libro degli appunti del Trial, apriamo la prima pagina e iniziamo a disegnare il futuro. Un futuro utopico, un mondo parallelo in stile Interstellar: il posto dei sogni.
Dove andrà a finire il nostro amato sport? Quante aziende vorranno investire ancora? Le federazioni ce la faranno ad aver budget decenti abbastanza per garantire un adeguato svolgimento delle attività?
Proviamo ad uscire completamente dagli schemi e ad immaginare nuove soluzioni. Robe assurde, quasi da Playstation.

Per prima cosa osserviamo l’organizzazione e la presenza dei Team e delle squadre nazionali attuali. Che vantaggi ha uno sponsor, estraneo al settore, ad entrare nel circo Trial se poi il suo marchio si vede su qualche pettorale, striscione o sul ginocchio della tuta da gara?
La comunicazione viaggia a mille all’ora e noi siamo rimasti al “Ti metto un bel logo qui”. Ma chi li vuole vedere?
E se facessimo come nel ciclismo?

Non che in questo sport ci sia esuberanza di sponsor e budget, ma il Trial al momento può solamente prendere spunto da questo ambiente. Che cosa centrano un’azienda di rubinetti e una di cucine con il campione del mondo di ciclismo? Nulla, ma quando unisci tutte queste cose, le pettini per bene e ci crei un bel progetto, va a finire che per il sottoscritto e molti altri la Bora è la miglior azienda al mondo per quanto riguarda le cucine e Hansgrohe per i rubinetti. Queste non sono cose che decidiamo per nostra volontà, ma è solamente un processo del nostro cervello che in modo superficiale associa queste due aziende ad alcuni valori e immagini che si rispecchiano in Peter Sagan. Ah, se mai dovrò farmi una casa so per certo che cucina e doccia saranno Bora e Hansgrohe. Il consumo dei nostri tempi è colmo di valenze simboliche e dunque le aziende che stanno al passo con i tempi sanno come comportarsi. A volte la ragione va per la tangente e dunque agiamo per emozioni.

Mettiamoci nei panni di un’azienda non del settore a cui interessi investire nel Trial. La passione per lo sport è chiaramente una prerogativa fondamentale che porta aziende e imprenditori ad investire, ma per portarle dentro al proprio progetto bisogna dare molto più che uno spazio stampato, un banner online o degli ambassadors, aka “I poser sportivi”. Tralasciando Toni Bou, già ben supportato da Honda-Repsol, immaginatevi Jaime Busto gareggiare per la Red Bull invece che per l’azienda Gas Gas, Adam Raga per la Coca-Cola, Fajardo per la Bora o nella più bella delle ipotesi il nostro Grattarola che indossa la tutina del “Mc Donalds Racing Team”. Pura immaginazione casuale, ma tutto ciò può rendere l’idea dell’immagine che si può creare dietro a questi personaggi. Aziende che prendono in mano a livello economico e decisionale gli atleti, guidati da allenatori che dovranno avere si qualità tecniche, ma anche manageriali. Per le aziende di settore ci sarebbero meno problematiche e più possibilità mediatiche e di immagine. E poi si potrebbero aprire le porte anche al potere d’acquisto di Medio Oriente e Cina. “L’atleta della Bahrain-TRRS ha vinto la prova mondiale in Italia”.
Lasciando da parte tutto il nostro nazionalismo, per un’azienda suonerebbe meglio no?

Il calendario non può non prescindere dalle classiche prove mondiali e così via. La tradizione che funziona non si tocca. Per il resto ci vorrebbero più dirette televisive per dar la possibilità a tutti di fare aperitivo a casa con gli amici, con la TV accesa sulla gara. Abbiamo bisogno di prove di velocità? Può darsi, ma lo spettacolo non passa da queste formule.

In questo senso mi piace citare il parallelo con lo sci che trovo molto vicino alla nostra specialità per tecnica e difficoltà. Cito ad esempio Bode Miller che disse, essendo lo sci uno sport estremo (anche il Trial), c’è bisogno di palcoscenici adatti: “Piste difficili, veloci, con passaggi tecnici spettacolari. Piste dove gli atleti possono fare la differenza”. La gente ama Kitz perché è pericolosa, ama Groden perché c’è un salto di 70 metri, Wengen perché è più lunga di una tappa del Tour de France e si passa fra rocce e sotto ad un treno.

Così anche il Trial dovrebbe avere delle super classiche spettacolari, Andorra con le sue pendenze, Baiona con la scogliera vista mare e da noi i salitoni di Foppolo o le rocce alpine di Cervinia. Questo è lo spettacolo!
E poi ci sarebbe il Trial delle Nazioni dove tornerebbero in gioco le Nazionali.

A proposito, ma perché il campione nazionale non è identificabile visivamente nel mondo dello Trial? Pensiamo alla nostra nazione: basterebbe riempire la tuta da gara di Matteo Grattarola con del verde, bianco e rosso, qualche tricolore sul casco e cose simili. Bisogna farle notare queste cose ai trialisti che incontrano gli atleti nei luoghi di allenamento: “Quello è il Campione Italiano!” dovrebbero esclamare nel vederlo, invece che avvicinarsi per chiedergli che tipo di gare faccia.
Le aziende dovrebbero regolarsi di conseguenza creando caschi, abbigliamento, tute, guanti dedicati al Campione del Mondo, Austriaco, Italiano, Francese e così via. La gente vuole Limited Edition, non quello che hanno tutti. Non siamo negli anni ’90, ormai i consumatori hanno una possibilità di scelta enorme e dovrebbero essere stuzzicati ad ogni appuntamento di Campionato del Mondo con qualcosa di nuovo e fresco. Fatevi una cultura sulla Red Hook Criterium nel mondo ciclistico o guardate che tipo di evento è Kona per le aziende. Vorrei vedere Toni Bou al via del X-Trial con un outfit oro, dalla testa fino ai piedi, sono sicuro che anche mia nonna capirebbe che sia lui il campione del mondo in carica. Prendete come esempio il belga Greg Van Avermaet, dopo Rio 2016 ha fatto un bagno nell’oro: Maestoso.

Altro punto superficiale ma interessante che finalmente comincia a prendere corpo: basta pettorali numerati ad ogni gara, introduciamo i numeri fissi come in Moto GP e Formula 1. È ovvio che le problematiche nell’assegnazione e nella scelta sono molte, ma sarebbe bellissimo poter associare i trialisti ad un numero. TB1, JB69, MG12, AR67 che assomigliano un po’ a CR7 o VR46. Sono le tamarrate di questo genere che fanno impazzire le folle!

E i campionati “giovanili” come sarebbero strutturati? I Moto Club devono essere per forza il bacino da cui attingere. È ovvio che a livello strutturale sarebbe il problema più delicato da risolvere. Una cosa è certa, per alzare l’età di abbandono basterebbe fare una cosa semplice: sostenere maggiormente l’attività delle Scuole che sono il cuore della promozione e formazione di una disciplina sportiva. Questo potrebbe già mantenere l’ambiente agonistico giovanile un po’ più vivo.

Questi sono alcuni spunti casuali per un mondo utopico più interessante e attivo. Ci vediamo a Budapest X-Trial per vedere il solito film e le solite grafiche sulle tute da gara.

Articolo scritto da Solowattaggio ed opportunamente adattato da me alla disciplina Trial.

Andrea Buschi

 

Il Trial visto da Marco Fioletti ex-campione ed ora studente di Scienze Motorie

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Visto il mio passato nelle competizioni nazionali ed internazionali di trial e l’inizio di un percorso di studi nelle scienze motorie, mi affascinava l’idea di scrivere un breve articolo che analizzasse le evidenti carenze che ho riscontrato nella preparazione fisica, nell’approccio e nella gestione degli allenamenti e della gara di un pilota “professionista” di trial ma anche le pesantissime carenze scientifiche per l’ottimale crescita dei giovani pilotini. Quello che più mi sorprende è la differenza abissale di competenza tecnica scientifica nel Trial rispetto ad altri sport. Preparatore fisico, Nutrizionista, Mental Coach, Laureato in Scienze Motorie, fisioterapista, Massaggiatore, Medico Sportivo sono tutte figure che nel Trial non hanno mai avuto spazio, o meglio, non sono mai state interpellate (se non in rarissimi casi saltuari)! E come mai in altre discipline esse rappresentano capisaldi su cui si fa affidamento per un ottimale rendimento nella competizione? Forse nel trial non servono? Secondo il mio punto di vista sarebbero fondamentali. Negli ultimi anni le ricerche nelle attività motorie che comprendono le neuroscienze, studi sulla biomeccanica, sulla nutrizione, sull’assetto mentale, su l’adattamento e i principi del carico hanno fatto passi da gigante. Sempre più articoli relativi allo sport compaiono su riviste scientifiche. L’interesse e il valore dell’attività motoria sta via via riacquistando importanza e sempre più approfondimenti scientifici si focalizzano su questa via. Lo scopo principe di un pilota di alto livello è quello di ottenere il miglior risultato possibile in gara e per fare ciò c’è bisogno di un ottimo allenamento. Bene! L’allenamento tipico di un trialista consiste nell’andare in moto da trial e stop! Per essere un po’ più generoso posso affermare che ogni tanto alla moto si unisce un po’ di corsa, un po’ di bici e/o un po’ di palestra senza un benché minimo collegamento logico riferito all’intensità/densità/durata/specificità con la disciplina per cui ci si allena. La preparazione fisica per il trialista è considerata inutile, una semplice perdita di tempo. Questa conclusione molto affrettata può essere frutto dell’ipotesi che il trial sia uno sport di esclusive capacità coordinative e non condizionali, andando così ad escludere di conseguenza tutto quello che sta alla base della preparazione fisica intesa come incremento della funzionalità cardio-respiratoria e della “macchina uomo” in generale. Prendendo per “vera” questa affermazione si va ugualmente a tralasciare quelle capacità tipiche della preparazione fisica quali l’equilibrio, la reazione, la propriocezione, la ritmizzazione, la percezione spazio-temporale, la capacità di differenziazione cinestetica, la capacità di combinazione, la trasformazione (e tantissime altre) le quali sono allenabili parallelamente e al di fuori della moto ed hanno un carattere multilaterale di estrema valenza ed utilità in uno sport come il Trial. Una prestazione ottimale presuppone che il binomio pilota-moto lavori correttamente. La moto deve andare bene ma anche il pilota deve funzionare correttamente ed al massimo delle sue potenzialità! Ma le domande più pesanti riguardano aspetti scientifici. Che tipo di sistema energetico devo andare a sollecitare in allenamento in ottica gara? Quanto devono durare, come devono essere effettuati gli allenamenti e come devono essere distribuiti nel tempo? Che programmazione seguo in base all’obiettivo? Che cosa, come e quanto devo mangiare prima, durante e dopo un allenamento/gara? Il riscaldamento cosa fa? Come deve essere e quanto prima deve essere effettuato? Come gestisco un allenamento dal punto di vista del carico e del recupero per avere il picco di prestazione in gara ed evitare infortuni? Come prepararsi dal punto di vista mentale (training autogeno, imagery…) per essere al massimo della concentrazione ed attivazione?

Sono tutte domande che trovano risposta interpellando una delle figure precedentemente elencate. Ed è così che il Trial rimane collocato sulla linea del tempo a 30 anni fa. L’esperienza qui non basta! Il praticone tanto meno! L’ignoranza va sostituita con nozioni scientifiche. Ancora più delicato è il discorso relativo ai giovani trialisti. Lo sport in età giovanile rappresenta un modo di crescere per il bambino. Attraverso l’attività motoria comunica, si esprime, inizia a comprendere i primi concetti relativi allo SPAZIO e al TEMPO (traiettorie, distanze, tempo soggettivo ed oggettivo, consequenzialità, ritmo…), stimola l’apprendimento, la concentrazione, la socializzazione, la memorizzazione e soprattutto la formazione di un corpo sano e robusto che sappia muoversi, in contrapposizione alla sindrome dell’ipocinetismo (poco movimento) e obesità che caratterizza i bambini del giorno d’oggi. Il bambino va stimolato in maniera corretta tenendo conto delle fasi sensibili. Esse sono finestre temporali ben determinate in età giovanile in cui è facilitato l’apprendimento di determinate abilità motorie difficilmente acquisibili in età adulta. Un esempio banale potrebbe essere l’equilibrio e la mobilità articolare che hanno il picco nell’età d’oro della motricità compresa tra gli 8 e gli 11 anni. Un altro aspetto riguarda la multilateralità e la ludicità dell’allenamento in età giovanile a discapito della specializzazione. Questo consente di sviluppare gli schemi motori di base (saltare, correre, rotolare, strisciare, lanciare, afferrare…) che forniscono un ampio bagaglio motorio al bambino che sarà libero successivamente di scegliere lo sport che più gli piace. Non solo Trial ma anche altri sport. Muoversi per imparare. Questo mio breve articolo non va interpretato come una critica ma come uno stimolo a migliorare, far progredire e valorizzare l’ambiente del Trial. Queste parole sono nate confrontandomi con la mia famiglia e con Andrea Buschi. Ho un buon rapporto con Andrea e abbiamo condiviso molto nel corso della mia esperienza mondiale. A distanza di qualche anno, e in seguito alle continue sfide che mi pongo con lo studio come nello sport, mi piace ripercorrere le fasi della mia preparazione sportiva e analizzarle con occhi differenti. Sono moltissimi gli errori, però quello che ho notato è il fatto che un tentativo di introdurre una metodologia dell’insegnamento sportivo al passo con l’evoluzione c’è stato (Progetto Giovani Trial 2013). Purtroppo non è andato a buon fine siccome si lottava in netta inferiorità numerica. Ora siamo in 2 che parliamo la stessa lingua: Andrea ed io. Il mio augurio è quello che un giorno ci sia un gruppo che lavori concretamente su questa strada, in una via al passo con l’evoluzione.

Marco Fioletti

L’anima del Trialista

Splendida testimonianza del Campione del Mondo 125 Trial 2015, Marco Fioletti.

La vita invisibile dell’atleta

Il successo, le prestazioni sovra-umane, i record infranti ma questa non è la vita degli atleti. “Quando tutto è perfetto” scriveva Nietzsche “non ci chiediamo come sia successo, ma esultiamo per il presente come se fosse spuntato per magia. Nessuno può vedere nell’opera dell’artista il suo divenire. Questo è un bene, perché ogniqualvolta si può vedere l’atto del divenire, l’entusiasmo si raffredda”.
Ed è qui, quindi, che una riflessione più profonda ci porta a scoprire quella che io definisco “la vita invisibile” dell’atleta. Rinunciare per ottenere. Una contraddizione, un ossimoro o forse la pura verità. Rinunciare a quella che è una vita normale, rinunciare al “giovane divertimento”, rinunciare all’alcool e alle serate in discoteca.
Tutto nasce da un sogno. Un bambino che vede per la prima volta il suo idolo alla tv, o sui giornali oppure di persona. Un’emozione che si cicatrizza nel cuore e lì ci rimane per sempre. “Voglio diventare come lui!”
Un’idea che nasce per gioco (e così deve restare per tutta la giovinezza del bambino) per poi diventare un vero e proprio ideale di vita, un modo di essere e di comportarsi.
Iniziano le prime difficoltà, i primi “non posso” detti agli amici, le prime sere rinchiusi in casa perché il giorno dopo c’è un allenamento duro o una gara. I primi scontri con noi stessi. “Non ce la posso fare! Perché lo faccio? Ne vale veramente la pena?”
Le lotte con gli insegnati che non riconoscono l’attività sportiva come se mente e corpo siano due cose nettamente separate. Quei “potresti fare di più” che non tengono conto dell’impegno che ci metti, del tempo che trovi per lo studio anche quando non c’è. Eppure continui ad andare avanti nonostante la strada sia in salita. Una pendenza che pare un muro diretto al cielo. Corri, cammini o strisci ma non ti fermi mai.
Poi scatta qualcosa. I primi sacrifici vengono ripagati e vieni inserito in una squadra importante. Magari la nazionale. Ora insieme a te, a metà della salita, c’è anche uno zaino pesantissimo sulle tue spalle. Devi dimostrare! Devi far vedere che la loro scelta è stata corretta. Occhi puntati su di te! Aumenti gli allenamenti, cerchi di migliorarti, di stare attento a ogni singolo particolare per andare oltre i tuoi limiti ma non badi al recupero. Cadi nella trappola del sovrallenamento. Le forze mancano, l’appetito non c’è, la testa non risponde e soprattutto i risultati non arrivano. Andavi bene e ora non ce la fai più. L’interesse della squadra verso di te sembra mancare. Capisci che le simpatie non erano rivolte a te come persona bensì ai tuoi risultati. Ora la salita si fa una scalata senza corde. Sei sull’orlo del precipizio. Rischi di cadere e di sprofondare nell’ignoto ad ogni istante. Allora decidi di non correre più verso la vetta ma ti fermi un attimo. Analizzi gli errori e riparti da lì. Ora cammini e non corri più. Sei costante, deciso e con gli occhi puntati sull’obbiettivo. Capisci che l’unica persona su cui puoi fare affidamento sei tu. Inizi a credere in te stesso. Inizi a perseverare giorno dopo giorno. La strada sembra infinita. Il sudore ormai ti ha corroso le energie. L’unica cosa che ti resta è l’anima.
Ed ecco che dopo molto tempo spunta d’improvviso la linea del traguardo. Sei in vetta. Non ci credi. Non sei pronto. Piangi.
Tante persone accorrono ad acclamarti. Trovi tanti amici che non ricordavi di avere. E poi c’è un gruppetto nero. Loro ti guardano male. Non capisci subito ma poi capirai.
Ti senti bene ma non fai in tempo ad abituarti che sei di nuovo da solo in salita. Segui la tua ombra e lotti per il resto della tua vita.

Marco Fioletti

Come motivare i figli nello Sport

Genitori che criticano le decisioni degli allenatori, tifosi ai limiti della maleducazione sugli spalti nelle partite della domenica, accaniti sostenitori dei talenti dei loro figli con la tendenza a caricare sulle loro spalle le aspirazioni frustate della loro gioventù. Mio figlio frequenta una scuola di calcio e sui campetti, durante l’allenamento e le partite se ne vedono di ogni sorta ed a volte l’atteggiamento dei genitori rischia di allontanare i bambini dallo sport,. In questo post vorrei fare il punto su come motivare i figli nello sport in modo sano e costruttivo.

Lo sport è importante per i bambini, ma deve essere accompagnato da un sano agonismo e un grande spirito di sportività che innegabilmente si apprendono in famiglia.

Innanzitutto vi propongo un decalogo per i genitori dei piccoli atleti, stilato dalla Federazione medico sportiva italiana (Fmsi):

  • sostenere i bambini;
  • rispettare sempre le decisioni dell’allenatore, dell’arbitro e gli avversari;
  • non rimproverare mai un bambino perchè non ha vinto;
  • non mettere mai sotto pressione i figli nella pratica sportiva, anzi fargli capire che ciò che conta è un proprio personale percorso di crescita;
  • far sentire la propria presenza sostenendolo durante gli allenamenti e nelle competizioni ma sdrammatizzando le cose negative e promuovendo quelle positive;
  • insegnare ai bambini che più che saper vincere sempre è molto importante saper perdere;
  • stabilire insieme ai figli delle tappe e degli obiettivi realistici commisurati alla sua età e alle sue potenzialità;
  • non interferire nelle scelte tecniche dell’allenatore o nelle relazioni con gli altri componenti della squadra, stimolando il figlio ad essere autonomo ed indipendente.

E ancora, sarebbe meglio astenersi dal commentare negativamente le decisioni dell’allenatore davanti ai figli o agli altri genitori, ma parlarne a quattr’occhi con lui.

Lo sport è un momento molto importante per la vita dei bambini, attraverso l’attività sportiva si misurano con se stessi, con il proprio coraggio, la forza, si pongono nuove sfide e imparano ad elaborare i fallimenti: quando si perde è importante ascoltare il bambino, invitarlo ad aprirsi senza liquidare la questione con due parole.

Motivazione nello sport, psicologia

Resta il fatto che uno sport deve piacere, deve creare soddisfazione, far scatenare l’energia e soprtatutto deve divertire.

Iniziare a praticare uno sport troppo da piccoli può favorire l’abbandono della pratica sportiva negli anni successivi.

A suggerirlo è uno studio dell’University of California condotto su 460 ragazzi del college che hanno compilato alcuni questionari volti a fotografare le loro abitudini presenti e passate in fatto di discipline sportive.

E’ così emerso che 296 ragazzi praticavano sport in società sportive o squadre organizzate mentre tutti gli altri lo facevano per puro divertimento.

Il dato interessante riguarda proprio i ragazzi che praticavano sport a livello più professionale: dai sei ai dieci anni si erano cimentati in una gran verità di attività sportive e solo dopo il decimo compleanno si erano concentrati sullo sport che alla fine avevano praticato a livello agonisticonegli anni successivi.

Il dato conferma che quella dell’infanzia è l’età dei giochi e del divertimento, gli anni in cui anche l’attività sportiva deve assumere una prevalente dimensione ludica. Insomma è più che giusto far provare ai bambini piccoli tanti sport per puro divertimento perché solo così apprezzeranno lo sport anche in età adulta.

Infine una raccomandazione per quanto riguarda la salute. E’ bene che il bambino che pratica sport venga seguito non solo sul campo o in piscina, ma anche a casa sostenendo la sua salute con un’adeguata alimentazione, le necessarie visite mediche e senza troppe pressioni.

Creare motivazione nello sport

Fare sport sin da piccoli, ma anche nell’adolescenza, è molto importanteper lo sviluppo psicofisico del bambino, ma quante volte i bambini vengono privati della libertà di fare lo sport che preferiscono e finiscono col fare quello imposto dai genitori? Il fenomeno sembra riguardare addirittura il 40% dei genitori di bambini tra 5 e 7 anni che spingono i propri figli a praticare lo sport preferito da mamma o papà.

Ad illustrare i rischi di questa imposizione è Vincenzo Prunelli, medico e psicologo dello sport, presidente dell’Associazione nuovo sport giovani:

in questo modo il giovane risponde più alle imposizioni, ai desideri o alle illusioni degli altri, non al piacere e all’interesse per ciò che fa. Troppi genitori, possiamo stimare 2 su 5, iscrivono i figli allo sport che piace a loro, quello nel quale si sono divertiti di più o che hanno solo sognato, oppure a quello che promette guadagni da sogno o fa tanto chic

Lo sport per i bambini deve essere soprattutto gioco con poche regole in modo da potersi mettere alla prova, aguzzare l’ingegno e la creatività, divertirsi e sfogare energie.

Invece troppi genitori

vogliono far studiare il figlio da campione e pretendono che dal primo giorno impari i gesti del fuoriclasse salvo dover fare presto i conti con la realtà

Il rischio concreto è che il bambino trasformi rapidamente anche il gioco e lo sport in un impegno simile al lavoro, e che il genitore investa fin troppe aspettative in questo ambito, facendo cambiare più discipline troppo velocemente per trovare quello giusto, ritirando il bambino troppo preso e quindi deludendolo e amareggiandolo oppure costringendolo ad insistere anche se lui non ha più interesse.

Il giovane si rende conto di dover soddisfare bisogni e illusioni del genitore e allora alza il prezzo delle pretese, trascura la scuola o passa decisamente alla reazione

spiega Prunelli.

Come evitare di fare questo tipo di errori? Ecco i consigli del medico:

  • diffidare di una formazione che si rivela con l’essere solo addestramento tecnico e lascia poco spazio alla creatività e alla libera iniziativa, che valuta solo il risultato e non l’impegno;
  • diffidare anche della specializzazione precoce che appunto trasforma il gioco in un vero lavoro e impedisce al bambino di sentirsi appagato perché richiede pensiero astratto e progettazione su lungo periodo, competenze che il bambino non ha perché percepisce attraverso i sensi e vive solo nel momento presente;
  • evitare di richiedere troppo al bambino e fare in modo di impegnare il bambino in attività a sua misura, nelle quali possa anche vincere perché altrimenti diventerà insicuro e dovrà convivere con il fardello di sentirsi perdente. E’ bene che i traguardi affidategli siano adatti alle sue capacità;
  • i bambini piccoli vanno lasciati di giocare in libertà che è l’unico percorso per arrivare al talento;
  • favorire la scoperta e la sperimentazione di nuove abilità.

Francesca Capriati

 

Motivazione all’agonismo

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Metodo

Un atleta che voglia ottimizzare la propria prestazione deve conoscere e saper utilizzare in modo efficace i propri meccanismi mentali, ossia adottare un metodo che, se ben applicato, gli consenta di avvicinarsi il più possibile allo stato di massima prestazione. Adottare un metodo significa pensare e agire in modo coerente, costruendo una procedura che mantiene la rotta verso l’obiettivo desiderato. Avere un metodo ci consente di avere una grande chiarezza sul percorso mentale da affrontare, sapendo in ogni momento ciò che è utile allo scopo e ciò che non lo è.

Passione

La passione è la migliore motivazione per poter svolgere al meglio la propria attività, è il motore che alimenta gli allenamenti, l’impegno e il desiderio di competere. Nella carriera agonistica di un atleta, però, può succedere che la passione attraversi momenti critici e si affievolisca. In questo caso è la forza di volontà che alimenta la dedizione verso lo sport. L’acquisizione di meccanismi mentali favorisce un potenziamento della forza di volontà e consente una sua riconversione in passione, attivando l’atleta nel giusto equilibrio psicofisico.

Che genitore sei?

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Si parla molto del ruolo che i genitori hanno o dovrebbero avere nell’attività sportiva dei propri figli, per scegliere la giusta direzione aiutiamoci con lo specchietto redatto dal Dott. Mirko Mazzoli Psicologo dello Sport e Mental Trainer Sportivo.

Genitore “Risorsa”

 •        Lascia lavorare i tecnici.

•         Stimola la sua autonomia.

•         Esercita una critica il più possibile obiettiva.

•         Riconosce limiti, obiettivi, bisogni e intenzioni.

•         È capace di osservare e ascoltare i propri figli.

•         Verifica che si prenda le proprie responsabilità.

•         È presente con un atteggiamento di stima, sostegno e supporto.

Genitore “Problema”

 –         Crea tensione per la gara.

–         Si prende i meriti se vince.

–         Lo valuta solo per i risultati.

–         Usa pressioni per manipolarlo.

–         È focalizzato solo sul risultato.

–         Vede solo i pregi o solo i difetti.

–         Compromette il lavoro del tecnico.

–         Usa ed insegna trucchi e sotterfugi.

–         Lo tratta come un piccolo professionista.

–         Crea alibi ai figli incriminando fattori esterni.

–         Non riesce ad essere imparziale e obiettivo.

–         Ha troppe aspettative e crea pressioni inutili.

–         Crede di sapere e si intromette fornendo soluzioni.

–         A fine gara si lascia andare a comportamenti stupidi.

–         Vuole “schiacciare” l’avversario. Lo punisce se non vince.

–         Dimentica che l’obiettivo è il Divertimento e non la vittoria.

–         Pensa che il figlio sia ingiustamente considerato nel gruppo.

–         Pensa che il figlio sia ingiustamente considerato dal tecnico.

Bibliografia.

Bortoli, L., e Robazza, C. (2008). Le motivazioni allo sport nei giovani: Una ricerca nella Regione veneto. Coni, Comitato Regionale Veneto: Studio Palladio 2000 Group. Dosil, J. (2005). A guide for sport specific performance enhancement. John Wiley & Son Ltd. Weinberg, R.S., and Gould, D. (2006). Foundation of sport and exercise psychology. Human Kinetics