Due facce della stessa medaglia

È certo che il mondo del Trial italiano in questo momento storico sta vivendo un preoccupante periodo di stagnazione, i praticanti come le vendite non decollano e pochi sono i giovani che si avvicinano alla disciplina.

Una contrazione al ribasso che apparentemente pare non avere fine, almeno nel nostro paese, perché spostando l’attenzione sul piano internazionale, troviamo nazioni emergenti come Germania e Norvegia in deciso rialzo insieme a paesi dalla grande tradizione come Spagna ed Inghilterra ancora in trend positivo.

Ma, contrazione economica a parte, quali sono le cause profonde di questa crisi e soprattutto quali possono essere le soluzioni a breve e lungo termine?

Innanzitutto, contrariamente ad un certo pensiero riduttivo diffuso sui social che vede la colpa di questa impasse all’avvento della moderna tecnica di guida, ritengo invece che le cause siano molteplici, correlate e con radici profonde.

In tal senso, inviterei a smettere una certa lotta fratricida tra chi nostalgico si ostina a giudicare la guida moderna una aberrazione stilistica, mostrandosi peraltro poco incline ad accettare i cambiamenti e chi invece come me sostiene che la naturale evoluzione tecnica rappresenta la nuova frontiera per il pilota nell’utilizzo delle moto e comunque a prescindere un momento di crescita sportiva. Solo un esempio in merito all’evoluzione, immaginate quale impatto rivoluzionario introdusse nel salto in alto Dick Fosbury, medaglia d’oro olimpica a Messico 1968 con quella strana tecnica da gambero ai più incomprensibile e complessa, ma estremamente più efficace, atleticamente più economica ed ora un dogma. 

Ma andrei con ordine, innanzitutto cercando di dare una cronologia temporale alle tre principali aree che negli ultimi 15 anni hanno contribuito alla scarsa diffusione della specialità più antica del fuoristrada a due ruote e cioè i mezzi meccanici, la tecnica dei piloti e le gare.

Ho volutamente escluso dai temi sopra le limitazioni alla circolazione fuoristrada perché ritengo sia oramai un problema generale del settore off-road e non uno specifico della disciplina, mi riservo comunque di dedicare un approfondimento futuro attorno a questo delicato tema.

Ma torniamo a noi, in Italia i sentori della crisi del settore cominciarono a palesarsi già ad inizio anni Novanta periodo nel quale aziende come Fantic ed Aprilia, abbandonarono il mercato. Le motivazioni generali furono il lento costante calo di vendite, legato anche ad un aumento dei prezzi dovuti ad una iper-specializzazione delle moto, ma anche dalle mode che cambiando riportarono in auge l’enduro meccanicamente meno sofisticato e divenuto nel frattempo più semplice da guidare (4 tempi).

Il Trial infatti, con il riaffermarsi delle aziende spagnole, sospinte dal quel fenomeno mediatico che risponde al nome di Jordi Tarres, perde insieme al sellino l’appeal di motocicletta utile a portarti a scuola così come a far Trial, caratteristiche queste che ne avevano decretato il buon successo negli anni 70/80.

Il processo evolutivo dei mezzi segue sempre più l’esigenza dei piloti diventando di fatto un attrezzo utile ad accrescere il potenziale di guida dei piloti ma limitandone di molto il range d’utilizzo.

Da quel momento le moto del secondo millennio assumono caratteristiche strutturali che non cambiano più, vi sono certo stati affinamenti nell’erogazione della potenza e nella leggerezza complessiva ma di fatto la ciclistica rimane la stessa consentendo al pilota di concentrarsi esclusivamente sull’accrescimento delle proprie abilità di guida.  

Ed è proprio l’avvento di mezzi estremamente performanti a stimolare la sperimentazione di nuove tecniche di guida. Un nuovo modo di guidare, sempre più mutuato dal Bike Trial (Andreu Codina docet), accresce il potenziale atletico e con esso le possibilità dei piloti di superare ostacoli sempre più complessi. In quel momento i praticanti di ogni livello si sentono fortemente motivati perché finalmente riescono ad esprimere un potenziale fino ad allora sconosciuto.

Questa ubriacatura tecnica, siamo nel periodo a cavallo del secondo millennio, se da una parte stimola il mercato ad importanti investimenti in ambito agonistico con una buona ricaduta su tutto l’ambiente, trascura due aspetti che si riveleranno invece cruciali nella diffusione della specialità, ovvero l’insegnamento della disciplina e la gestione corretta dei percorsi di gara.

La quasi totale assenza di Scuole serie con programmi strutturati e la relativa scarsa preparazione dei tracciatori di gara, innescarono un corto circuito nel quale molti piloti si persero per strada di fronte a tracciati e ostacoli assurdamente pericolosi in nome di una spettacolarizzazione distorta che bruscamente ne frenò la diffusione e di conseguenza gli investimenti. Contemporaneamente la stessa sorte toccava per le filiere giovanili che non adeguatamente rifornite, si impoverirono innescando l’emorragia di numeri ancora in corso.

Ricordo perfettamente quando nel 2001 cominciai con FMI ad accompagnare i giovanissimi alle competizioni internazionali, quanto grande fosse la differenza di livello con i pari età delle altre nazioni.

In definitiva, il Trial entrava nel secondo millennio senza una precisa visione, innescando successivamente le battaglie di religione tra fautori di regolamento stop o no-stop, piuttosto che di moderne o classiche tecniche di guida ignorando ciò che conta realmente e cioè la “zona”. Non mi stancherò mai di ripetere che la zona per come tracciata è lei e solo lei ad imporre la migliore tecnica da eseguire per “fare zero”.

Viste le cause e conseguenti effetti, eccomi ora ad analizzare le possibili soluzioni, partendo dal principio che si debba aprire il campo visivo cercando modelli positivi in altri sport, come ad esempio lo sci con i suoi molti punti in comune.

In concreto, ritengo tre i fattori chiave più importanti per il successo di uno sport:

  1. Identità
  2. Le strutture che insegnano e promuovono lo Sport
  3. Gli investimenti economici

Partiamo riscoprendo l’identità comune della specialità, ovvero chi siamo, cosa vogliamo e come possiamo tornare ad essere attrattivi?

Di certo non cadendo nella retorica della frammentazione o peggio del dualismo “ruote alte o ruote a terra”, non esiste Trial classico e Trial moderno esistono al più due facce della stessa medaglia e la libertà di scegliere di guidare al meglio dei propri mezzi.

Il Trial è Sport completo sotto tutti i punti di vista, è praticabile ovunque con un bassissimo impatto ambientale è propedeutico per la guida in sicurezza di qualsiasi motocicletta e aiuta a crescere armonicamente i giovani dal punto di vista psico-motorio; ha una storia lunga e prestigiosa che nasce dal desiderio dell’uomo di sfidare se stesso nella natura attraverso l’utilizzo di un mezzo meccanico ed i suoi campioni nel tempo ne hanno elevato la tecnica sfidando sempre più le leggi della gravità portandolo ad altissimi livelli di spettacolarità.

Qualità uniche che ne fanno una esperienza motivazionale oltreché atletica, a tutti gli effetti lo Zen della motocicletta.

Il secondo punto sul quale vorrei focalizzare l’attenzione è la diffusione e sviluppo di Scuole in grado di gestire l’esigenza primaria di chi si avvicina al Trial. Acquisire una base tecnica sufficiente a garantire sicurezza nella guida, consente di apprezzarne le grandi potenzialità ovviamente attraverso un percorso di formazione adeguato, esattamente come avviene nello Sci.

Immaginate quanto possa essere d’aiuto nella diffusione del Trial una Scuola collegata ad un rivenditore di moto, o ancora un Istruttore che nel fine settimana raccoglie i giovani portandoli in aree autorizzate per fare lezione.   

Ultimo punto importante è il valore economico del settore Trial, partendo dal presupposto che uno Sport senza denaro non può decollare, occorre incentivare gli investimenti attraverso una operazione di valorizzazione del brand. Sono molte le possibili linee da seguire in tal senso, caratterizzazione, informazione, promozione delle aree dove poter liberamente circolare, location e format nell’agonismo sono solo alcuni dei molteplici aspetti dai quali trarre spunto per un marketing efficace.

Portiamo il Trial nelle città per farlo conoscere attraverso eventi mirati, coinvolgiamo le amministrazioni montane come veicolo di promozione del territorio, stimoliamo gli sponsor offrendo una filiera sportiva di alto livello, in buona sostanza usciamo dall’esilio auto imposto per acquisire una mentalità nuova adeguata ai mutamenti sociali che viaggiano oramai in 5G.

In conclusione, voglio mandare un messaggio ottimista auspicando per il futuro della disciplina che peraltro mi vede costantemente impegnato come Pilota, Allenatore e divulgatore, una dimensione più coesa dove l’integrazione dei temi sopra proposti potrà, mi auguro, finalmente rilanciarla.

Meno male c’è Barcellona

XTrial 2020 round 4 Barcelona SPA

È certo che Barcellona con il suo Trial indoor al Palau Sant Jordi è magia nella tradizione e ancora una volta l’evento in calendario la prima domenica di febbraio a “la cinqo de la tarde”, si è distinto per partecipazione e spettacolo.  

Naturalmente ad esaltare i 9000 presenti, ci hanno pensato ancora una volta loro Toni Bou (Honda Repsol) e Adam Raga (TRRS) che in una finale tiratissima, ha visto prevalere il Campione del Mondo autore di un caparbio recupero nel finale di gara ai danni del rivale di sempre.

Una gara unica come lo sono le difficoltà del percorso che si differenziano dal resto del circuito per numero (6 zone) qualità e materiali utilizzati, finalmente uno spettacolo in grado di esaltare le enormi capacità tecniche di questi straordinari campioni.

Ma veniamo alla gara che come detto ha visto la 66ma vittoria indoor di Bou, ma soprattutto la sua prova di orgoglio, Toni infatti reduce da un infortunio alla schiena è arrivato a questo appuntamento in deficit di preparazione e contro un Raga in grandissima forma ha dovuto dar fondo a tutta la classe per sconfiggere il pilota TRRS. Ancora una volta quando tutto sembra perduto il pilota Repsol tira fuori il classico colpo di genio e risolve a zero la zona più difficile minando le certezze degli avversari, veramente un pilota incredibile. I passaggi netti di zona 4 e 6 sono l’emblema della forza di questo campione, che oltre alla supremazia tecnica mette in campo una determinazione alla vittoria che non trova eguali.

Raga dal canto suo ha dimostrato con i migliori punteggi nelle due fasi iniziali di gara di essere a 38 anni ancora in grado di impensierire il campione mostrando una classe limpida e una guida pulita ed efficace, solo un banale errore in entrata della zona 4 in finale hanno impedito un epilogo differente alla gara che nel 2019 lo aveva visto meritato vincitore.

A mio avviso, sorprendente ma non troppo il terzo posto di Jorge Casales su Gas Gas, il ventiquattrenne galiziano, del quale sono da sempre estimatore, ha trovato qui a Barcellona la sua giornata migliore dimostrando un elevato stato di forma ed un alto grado di affiatamento con la nuova moto e Team, Jorge fin dalla prima Heat ha guidato bene lasciandosi poi alle spalle Jaime Busto (Vertigo) nella Heat 2, guadagnando l’accesso alla finalina per il terzo posto con Benoit Bincaz su Beta regolato poi nella sfida al tie break.

Bene anche Bincaz, che seppure sempre al limite nella guida riesce con caparbietà e determinazione ad arrivare a giocarsi il podio come detto, una buona iniezione di fiducia per i prossimi eventi e per la classifica.

Jaime Busto, seppure dotato di enorme talento con i suoi alti e bassi si conferma oggetto misterioso e come spesso accade in queste gare dove il confine tra la vittoria e sconfitta si gioca sui centimetri, quelli che ti fanno perdere una linea o non salire su un ostacolo, a Barcellona non va oltre il quinto posto.

Chiudono la classifica Jeroni Fajardo su Sherco, vicino al vertice ma meno efficace del solito, mentre scendono all’inferno della esclusione già al primo turno Miguel Gelabert su Vertigo ancora non perfettamente a suo agio con la sua nuova cavalcatura e Gabriel Marcelli su Montesa, ultimo di giornata dopo aver conquistato il podio a Budapest.

In conclusione, come sempre Barcellona ci rimette in pace con il Trial Indoor, qui si respira un’aria diversa, speciale e grazie al calore del pubblico ed alle zone proposte, più belle del solito standard propinatoci dal Promoter, torniamo ad esaltarci per le gesta di questi inestimabili campioni!

Ma sentiamo dalla voce dei protagonisti la reazione post gara:

Toni Bou (1 °): “È stata una grande vittoria perché le zone erano difficili, Adam, al quale faccio i miei complimenti è in un grande stato di forma ed anche oggi lo ha dimostrato, io al contrario sono stato rallentato da un problema alla schiena per un infortunio in allenamento occorsomi la scorsa settimana. Ho sofferto in particolare i primi due giri dove non mi sentivo davvero a mio agio, poi in finale dopo aver cambiato moto ho stretto i denti, dimenticato il dolore e ho vinto. È sempre speciale vincere qui, davanti ai miei tifosi, soprattutto dopo aver perso lo scorso anno.”  

Adam Raga (2 °): “Sono molto felice perché è stata un’altra buona prestazione per me. Sono stato il migliore nei primi due round e solo un errore durante la sezione quattro della finale mi è costato la possibilità di vincere. L’atmosfera era eccezionale e so che gli spettatori si sono divertiti perché ancora una volta abbiamo guidato ad un livello elevatissimo.”   

Jorge Casales (3 °): “Questa stagione è stata per me un grande cambiamento con un nuovo team e una nuova moto, quindi ottenere un podio oggi è ancora più speciale. Barcellona è come la mia seconda casa, quindi è stato fantastico arrivare tra i primi tre qui, sono veramente molto contento.”  

Il Campionato mondiale X-Trial passa ora alla sua quinta prova di Bilbao al Bizkaia Arena il 15 febbraio.  

X-Trial Budapest, ma è vero spettacolo?

Torna, dopo una pausa di quasi due mesi, il mondiale indoor e solo apparentemente il solito copione è andato in onda in questo terzo appuntamento X-Trial a Budapest, primo Toni Bou (Honda Repsol e secondo Adam Raga (TRRS), ma non è stato propriamente così scontato e vediamo perché.

Su un percorso complicatissimo costruito con gli onnipresenti pericolosi manufatti in cemento, tutto il podio si è deciso al doppio tie-break regolato in modo molto discutibile su una sola zona da compiere con meno di cinque penalità e se non superata la classifica si compie guardando il migliore punteggio del round di semifinale. Sicuramente una cosa molto poco comprensibile al pubblico abituato alla semplice conta degli zeri tradizionalmente utilizzata per eleggere il vincitore, ma questo e solo un ulteriore aspetto di questo oggetto misterioso che è X-Trial.

E così al netto di regole macchinose ed anche poco chiare, vedi ad esempio tocco della piastra paramotore, si è compiuta la 65ma meritatissima vittoria del campionissimo Toni Bou (Honda Repsol), ai danni di un efficacissimo Adam Raga su TRRS che ha comunque avuto il merito di portare il fenomeno allo spareggio, dopo aver guidato la gara fino all’ultima sezione. Ovviamente in gare così assurdamente tracciate il divario tra i due campioni si assottiglia molto, regalando almeno un poco di spettacolarità a questa serie altrimenti incolore.

Serata da ricordare anche quella di Gabriel Marcelli (Montesa) che sempre al tie-break vince la sfida con un consistente Jeroni Fajardo più indietro nei punti di round 2. Al giovane pilota Montesa va dato merito d’essere stato l’unico dei sei semifinalisti, insieme a Toni e Adam, a non accusare il massimo delle penalità, emblematico…

Discreta la prestazione di Jorge Casales (Gas Gas) quinto e Jaime Busto (Vertigo) che dopo un buon round iniziale naufragano nella doppia semifinale a tre, dove sulle cinque zone collezionano altrettanti fiaschi.

Molto fallosi e mai a loro agio sul complesso percorso ungherese Miguel Gelabert (Vertigo) e il francese Bincaz (Beta) che si classificano nell’ordine fermandosi al turno preliminare.  

Ma cosa ci ricorderemo di questo evento, se non l’ennesimo incomprensibile spettacolo circense? Purtroppo, il promoter evidentemente preoccupato della movimentazione logistica degli ostacoli, sta riproponendo zone sempre meno spettacolari e più pericolose, dove il gioco di luci non basta più a gratificare il pubblico pagante.

I piloti sono sempre più obbligati in assurdi passaggi mono-traiettoria dove l’estro e la fantasia nell’esecuzione della bellissima tecnica moderna vengono costantemente mortificate in favore di una inevitabile e non richiesta pericolosità.

Questo gioco al massacro purtroppo sta affossando sempre più l’interesse verso la disciplina scavando un baratro col pubblico, più impaurito che emozionato e sempre meno interessato, esclusivamente in nome del mero interesse economico, vi siete mai chiesti perché si viene in Ungheria mentre in Italia e Inghilterra non si organizzano più eventi mondiali?

Spiace solo che i piloti consapevoli di questo facciano buon viso a cattivo gioco, conosco molti di questi incredibili ragazzi personalmente e so che anche loro preferirebbero un altro Trial, d’altronde come biasimarli quando una delle poche entrate economiche passa attraverso questa serie di gare?

In conclusione, mi auguro che almeno Barcellona, il prossimo 2 febbraio, con la magia del Palau Saint Jordi “a la cinqo de la tarde”, ci rimetta in pace con l’indoor mondiale…o almeno spero!

Eccesso di zelo e Giustizia sportiva

Scrivo questo Post perché mi domando se la Giustizia nello Sport alle volte sia realmente adeguata alle variegate realtà e sopratutto se nei settori giovanili non sia opportuno modulare le regole e le sanzioni in considerazione proprio del fatto che si tratta di minori.

Prima di tutto, seppure in ritardo, vorrei allungare la lista dei complimenti per la bella gara di Campionato Italiano del Moto Club La Guardia a Ceranesi, domenica scorsa.
Il mio ritardo è dovuto alla necessità di far sbollire l’incazzatura per la squalifica comminata a Martina, la dodicenne della mia scuola in testa alla sua categoria da inizio campionato e qui iniziano le mie perplessità.
In breve i fatti sono questi, la settimana precedente la gara Martina si infortuna ad un polso mettendo in forse la partecipazione alla gara, il titolo potrebbe essere compromesso se non fosse che l’unica in grado di impensierire la sua leadership e seconda in classifica è Alessia, sua compagna di Squadra, di allenamenti ed oltretutto amica.
Alessia nel frattempo visto l’accaduto con un gesto di fair-play fuori dal comune per una quattordicenne, decide di non partecipare per consentire all’amica di vincere il titolo con merito.
L’infortunio comunque non sembra compromettere la partecipazione alla gara almeno se le zone, come successo sempre quest’anno, saranno molto facili e praticamente sul piano, poi Martina scalpita è determinata, vuole vendere cara la pelle e vuole a tutti i costi guadagnarsi sul campo il titolo Femminile B, permettendo oltretutto all’amica Alessia di difendere fino in fondo le proprie chance.
E così si parte tutti con grande motivazione per festeggiare alla gara i successi delle ragazze.
Martina supera senza problemi la routine delle O.P. e la domenica si presenta regolarmente sulla pedana di partenza con la propria moto partendo verso la zona uno.
Ad una prima visita al percorso nasce qualche perplessità sulla possibilità di poter entrare in zona, le sezioni per la prima volta quest’anno sono giustamente difficili ed insieme al trasferimento provocano dolore al polso di Martina la quale da guerriera qual’è non molla, posteggia la sua moto e comincia a timbrare la massima penalità come spesso accade quando si ritiene impossibile la zona, questo per i tre giri di gara inforcando poi la moto per raggiungere il cambio cartellino.
Nulla di strano, tanto più che anche un’altra ragazzina della stessa categoria, durante la notte ha avuto problemi intestinali fa la stessa cosa perché è semplicemente consuetudine.
E invece no, un Ufficiale di Zona molto zelante, decide di segnalare che nella sua zona e nella zona successiva (due zone adiacenti!) Martina si faceva timbrare la massima penalità spostandosi a piedi, cosa peraltro abbastanza logica vista la conformazione del terreno e lo sviluppo del percorso.
Questa segnalazione, incredibilmente fatta all’oscuro della ragazzina alla quale forse sarebbe bastato comunicare di salire in moto, innesca una catena di eventi che la porterà addirittura alla squalifica.
Infatti la segnalazione verbale dell’Ufficiale di Zona Trial, diventa scritta ed impugnata in modo ineccepibile da un ancor più zelante Direttore di Gara che provvede a identificare il seguente articolo nella proposta di sanzione da inviare al Commissario di Gara.
Questo cita l’articolo: “1.7.1.2 – Per figurare nella classifica finale, la moto del pilota deve aver effettuato la totalità del percorso con i propri mezzi o con quelli del pilota.”
Il Direttore di Gara, purtroppo senza avvisare la ragazzina e tanto meno il genitore va avanti, il regolamento lo impone e così la palla passa come detto all’integerrimo Commissario il quale senza ombra di dubbio procede ad erogare la sanzione di squalifica!
Tutto bene, tutto nelle regole certamente, tranne il fatto che Martina scopre di essere stata esclusa dalla classifica solo al momento della premiazione…
Inutile descrivere la reazione di una ragazzina con indosso già la sua maglietta celebrativa e lo stupore di Alessia se possibile ancor più delusa dell’amica perché non avrebbe voluto vincere così.
Mi fermo qui, non posso esprimere il mio pensiero sulle regole, sono sottoposto al nuovo codice etico FMI, quindi lascio trarre le dovute conclusioni a chi avrà avuto la pazienza di leggere questo mio doloroso post, non senza domandare ad alta voce perché?

Trial 2019 siamo arrivati al capolinea?

Campionato Europeo Ancelle, photo Raffaele Gallieni

Dopo aver vissuto da pilota la doppia trasferta di Campionato europeo Trial con risultati ahimè al di sotto delle aspettative personali, colgo l’occasione per fare il punto della situazione sulla disciplina più “lenta e controcorrente” del fuoristrada.

Molti, come sempre molti gli spunti raccolti per un “osservatore seriale” come il sottoscritto che oltretutto ha avuto la fortuna (non certo anagrafica!) di attraversare, vivendo in prima persona, l’evoluzione di una disciplina dai fasti degli anni Ottanta al declino del secondo millennio, fino alla crisi profonda degli ultimi cinque anni.

Alla luce di queste recenti esperienze internazionali, sono arrivato alla conclusione che la disciplina continua a seguire un vicolo cieco, troppe le incongruenze e molto povere le visioni sportive, ecco quindi un piccolo elenco delle “urgenze” che purtroppo non si esauriscono in questa mia breve analisi.

Ma andiamo con ordine, partiamo dal regolamento no-stop che dopo la sua introduzione nel Campionato Mondiale ed Europeo dal 2013, non ha portato altro che malessere e disaffezione generale, non diverte e non piace al pubblico, ai piloti, agli organizzatori e pure ai giudici caricati di una responsabilità eccessiva rispetto allo spirito originario di questo Sport.

Siamo al paradosso nel quale se partecipi ad un campionato Regionale, corri con una formula differente da quella dell’italiano ed a sua volta differente da quello dell’europeo che è ancora diverso dal mondiale, incredibile!

Quindi, eliminare e mettere tutte le federazioni nazionali nella condizione di riavere un regolamento unico e semplice per tutti, dove la fermata è permessa e l’arretramento pure, a patto che lo si faccia coi piedi sulle pedane, il tutto in un minuto e mezzo più dieci secondi di extra time, non serve altro.

Format di gara, anche qui negli ultimi anni ci si è arrampicati sugli specchi arrivando alla fesseria della gara divisa in due parti con riordino a fine primo giro, una stupidaggine che ha appiattito ancora di più i valori in campo, levando la strategia di gara fatta sui due giri complessivi come un tempo. Tornare quindi ai canonici 15×2, peraltro unica nota positiva del Campionato Europeo, con un tempo massimo di 5 ore sono garanzia di buon funzionamento e limita eventuali code.

Sempre in tema di gara e strategie, occorre tornare a visionare le zone solo la domenica, il sabato ad oggi infatti serve solo a poco sportivi piloti per modificare le zone e far incazzare gli organizzatori. Una delle svariate capacità del pilota Trial, era quella di interpretare la zona al momento per esprimere un’altra grande abilità, con la regola attuale invece la domenica devi fare da spettatore fuori dalla fettuccia sperando di ricordarti la zona…assurdo!

In questo caso qualcuno potrebbe dire che il pilota in zona crea confusione ed impedisce al pubblico di vedere bene, ecco questa è una colossale cazzata per due ragioni, la prima più amara è che di pubblico alle gare oramai non ne viene più, la seconda più ragionevole è che il Giudice di zona ha sempre avuto facoltà di liberare la zona prima di far partire il pilota.

Altro aspetto incomprensibile e lo sostengo da tempi non sospetti è la frammentazione delle categorie, abbassano il livello generale proponendo il messaggio che la competizione non è realmente tale poiché tutti devono poter vincere una coppa, sbagliato, anzi sbagliatissimo!

Un messaggio che purtroppo viene dato già dalle categorie giovanili e per questo ne limita la crescita sportiva causando anche abbandoni precoci.

Anche in questo caso servirebbe una uniformità nella strutturazione delle categorie e relativi colori dei percorsi, dal regionale al mondiale tutti dobbiamo poter competere in categorie universalmente riconosciute non come adesso dove in Italia abbiamo i minitrial, in Spagna sono infantiles e poi vai all’europeo e diventano Youth class mentre al mondiale la 125 GP, insomma un gran casino!  

Troppe categorie sono sinonimo di campionati privi di valore e d’intralcio alle massime categorie e questo vale trasversalmente dal mondiale al regionale. Ci sono poi i calendari costruiti per svolgersi nell’arco di sei di mesi o poco più, acuiscono la perdita di identità della disciplina più antica del motociclismo, una vera iattura per chi come me guarda al futuro senza dimenticare le proprie origini.

In conclusione, tutta questa frammentazione che io definisco più semplicemente CAOS a chi giova?

Di certo non ai piloti che si divertono sempre meno anzi quasi più ed i giovani che disorientati scelgono altro ma tanto meno ad organizzatori, Moto Club e volontari i quali sentono poco stimolanti pesanti apparati burocratici che regolano le manifestazioni a tutti i livelli.

Allora, forse conviene fermarsi tutti, mettere da parte le proprie convinzioni per un attimo e sedersi con umiltà ad un tavolo comune cominciando a discutere, ascoltare e condividere ciò che realmente è di beneficio allo Sport, altrimenti la fine è vicina…molto vicina!

Andrea Buschi

Segnali incoraggianti dal Trial?

Elogio critico della disciplina motociclistica più spettacolare e sottovalutata al mondo

sono reduce dalle due manifestazioni di Campionato Europeo in Italia, dove si è come sempre, buon per noi celebrata la grande capacità organizzativa italiana tra l’altro supportata da una buona partecipazione di pubblico.

Questa mia ennesima esperienza agonistica dopo aver accentrato la mia attenzione sull’assurda regola no-stop, mi ha spinto successivamente a riflettere su un tema spinoso come la popolarità e diffusione di questo Sport.

In entrambe le manifestazioni si è corso in Aree chiuse in ossequio alla norma FIM Europe che permette ai dodicenni di esordire in attività agonistica internazionale. Questo denominatore comune ha visto però differenziare completamente il percorso di gara e le sue sezioni, infatti se nella gara di Pietramurata si è corso in “zone” sostanzialmente naturali, a Monza si è letteralmente costruite le difficoltà all’interno dell’omonimo circuito automobilistico, facendo larghissimo uso di manufatti di cemento, rocce e tronchi d’albero.

Due location diametralmente opposte che ai più attenti dovrebbe poter significare un aspetto molto importante che purtroppo la nostra estrazione campanilista ci impedisce di valorizzare e cioè la grande flessibilità organizzativa della disciplina. Siamo infatti di fronte all’unica specialità del motociclismo agonistico che si può svolgere praticamente ovunque, dalle Alpi ai polmoni verdi come quelli del Parco di Monza, grazie alle caratteristiche uniche di questa motocicletta.

Ora, alla luce di questo la domanda sorge spontanea perché il Trial non raccoglie il successo che merita? perché continuiamo a vivere in un limbo dove continuiamo a definirci Sport di nicchia?

Il Trial, è ad oggi l’unica specialità del motociclismo ad essere stata presa in considerazione dal CIO per divenire disciplina olimpica, siamo stati i primi ad entrare nei palazzetti con ostacoli Indoor, in località turistiche con gli Urban Trial e ancora, si può praticare tutto l’anno in spazi aperti così come in quelli chiusi , in ambienti montani piuttosto che marini e con un bassissimo impatto ambientale.

E’ uno Sport talmente tecnico da essere praticato come forma di allenamento dai piloti nelle altre specialità del motociclismo.

E’ altamente spettacolare senza essere pericoloso, atleticamente completo e praticabile fin da tenera età.

Ma allora cosa ci manca per farci conoscere ed apprezzare non solo sporadicamente? La mentalità, ecco cosa ci manca!

Il Trialista per definizione è guru di se stesso ed in quanto tale molto poco propenso al dialogo e confronto con gli altri, se tutti noi con un poco di umiltà prendessimo coscienza di questo probabilmente riusciremmo ad uscire dal limbo dove stazioniamo più o meno compiaciuti da almeno vent’anni.

In conclusione, proviamo a cambiare passo, smettiamo di piangerci addosso considerandoci la nicchia incompresa del motociclismo fuoristrada ed a nasconderci dietro la frase fatta del “tanto non cambia niente”, come visto e descritto a Pietramurata e Monza i segnali ci sono stati ed anche importanti.

Qualcuno sostiene che per affermarsi bisogna pensare in grande, ecco nelle sale di comando del  Trial da dove poi tutto a cascata prende forma nessuno lo ha ancora fatto!

A chi piace questo no-stop?

Analisi definitiva sulla regola in vigore nelle gare internazionali.

Lo ammetto, il detto socratico del “so di non sapere” mi ha sempre condizionato nelle scelte di vita quotidiane, figuriamoci nella mia professione sportiva, nella quale per questo rivendico il diritto di cambiare opinione.

E’ chiaro che questo principio, se applicato con modestia, rende più fluido il pensiero tenendolo in continua e costante evoluzione, ciò molto spesso aiuta ad avere una visione più critica e probabilmente completa dei problemi.

Ho volutamente iniziato chiarendo questo importante concetto perchè necessario a comprendere le evoluzioni del pensiero critico che ognuno di noi ha rispetto alla propria esperienza, competenza espressa nel quotidiano.

Ma veniamo al tema di questo post che in ossequio a quanto sopra scritto ho voluto provare personalmente in veste di pilota durante la prova italiana di Campionato Europeo a Pietramurata.

La mia esperienza con la regola no-stop infatti si limitava ad essere quella di Minder in gara e Coach in allenamento, quindi la mia valutazione non poteva essere completa per poter essere definitivamente cassata.

Con questo spirito ho affrontato la gara nella categoria Over registrando due aspetti negativi fondamentali ed uno correlato. Non voglio dilungarmi in facili giudizi personali, poichè sarebbe troppo facile affondare il coltello nella ferita aperta oramai dal 2013 anno di introduzione di questa regola.

La prima stortura di questa regola sta nella pericolosità della stessa, infatti la conformazione delle moderne difficoltà esige un margine di sicurezza che passa necessariamente attraverso la possibilità di fermarsi per preparare l’esecuzione tecnica dell’ostacolo e successivamente ristabilizzare l’equilibrio dopo il superamento dello stesso. Da notare che questo punto aumenta esponenzialmente all’aumentare del grado di difficoltà degli ostacoli qualunque essa possa essere la loro conformazione.

Il secondo punto riguarda l’approccio sportivo dell’atleta che in una condizione simile si trova ad essere messo in concorrenza con avversari che pur pedalando in zona conquistano un tre a fronte invece di un paasaggio netto ma penalizzato, suo magrado per una fermata, con la massima penalità. Di certo in tal modo non si può parlare di Etica ed evoluzione sportiva, ma al contrario di scoramento e disaffezione alla disciplina.

Questi aspetti, sono talmente condizionanti che hanno portato lo stesso ideatore a promuovere il paradosso dello “stop dinamico”, un ossimoro che porta al correlato critico dei Giudici di zona, costretti a giudicare secondo un metodo assolutamente soggettivo anzichè oggettivo come ci insegna l’etica degli sport sottoposti al giudizio dell’occhio umano.

Che fare quindi per dare soluzione a questa stortura, beh certamente vista la scarsa propensione del sistema politico ad ascoltare le necessità della base, bisognerebbe che i piloti con decisione si astenessero in massa ad una sola gara e probabilmente il mancato introito scatenerebbe un corroborante effetto domino, naturalmente mi riferisco non ai top rider troppo vincolati da contratti di lavoro, ma a tutti gli altri che pagano per divertirsi.

In conclusione, mi piace pensare che il Trial abbia bisogno di altre azioni importanti per la sua valorizzazione, Scuole, promozione sul campo, nuove aree e strategie per ottenerle e via discorrendo. Inutile quindi accanirsi sulle regole di gara quando è chiaro e lampante che il livello, la spettacolarità e la eventuale pericolosità dipendono essenzialmente dalla tracciatura delle zone.

Abbiamo perso l’ambizione

Porsi un obiettivo. Impegnarsi per raggiungerlo. Fallire. Riprovarci. Ricadere. Provarci di nuovo. Riuscirci. Ecco il processo che ci porta da un immaginario punto A a un punto B. Il processo di chi ha un obiettivo che può essere dettato da una passione, da un interesse o da una sfida, ma pur sempre un punto da raggiungere. Ma senza l’ambizione non solo non si arriva da nessuna parte, si rischia di non incominciare nemmeno.
E guardandoci intorno viene il sospetto che molti l’ambizione l’hanno persa. Fortunatamente ci sono tante persone che di ambizioni ne hanno eccome e che per quell’ambizione lottano quotidianamente. Ma ce ne sono altrettante che la perdono strada facendo, se mai l’hanno avuta. Un curioso fenomeno che sembra in crescita. Si preferisce vivacchiare, ci si siede di fronte alla prima difficoltà o ci si accontenta. Porsi un traguardo? Avere un interesse? Puntare in alto? Lo si fa sempre meno.
Perché si finisce a fare ciò? Perché si arriva a un punto in cui si scopre che per eccellere bisogna far fatica. E con fatica intendo proprio la fatica a 360°: fisica, mentale, dolore, delusione, cadute e risalite.
In qualsiasi ambito della vita, che sia lo sport, lo studio o l’attività professionale, nella nostra epoca, abbiamo preso una piega che ci porta ad accontentarci di quel che arriva, per caso o per fortuna. E invece no. E’ necessario provarci. Provare a raggiungere il premio più grande: la vittoria. Poi magari non ci si riuscirà. Ovvio, non tutti possono vincere. Ma almeno si avrà la consapevolezza di averci provato. Le cose non piovono addosso e, contrariamente a quanto guru e pubblicità ci suggeriscono, bisogna andare a prendersele.
Un mio collega americano (Jim Afremow) dice: “Non pensare mai a meno che all’oro”. E io penso che sia vero. Troppo spesso a scuola e in palestra ci insegnano a fare del nostro meglio. Ma fare del proprio meglio è la base. Ci mancherebbe. Se nemmeno così fosse, potremmo tranquillamente stare a casa. A volte, però, quel “fare del proprio meglio” rischia di diventare un alibi di fronte agli insuccessi, una medicina preventiva nel caso le cose andassero male. Lo so che questo può suonare impopolare. Se ci pensiamo bene però nell’espressione “fare del proprio meglio” c’è un vuoto di significato. Che cos’è il “mio meglio”? È un concetto indefinito, non quantificabile, e per questo non può dare una direzione. Se non so che voglio arrivare primo, se non mi faccio smuovere dall’ambizione di arrivare in cima non andrò da nessuna parte. E l’ambizione è il punto di partenza, è la voglia di eccellere, che poco ha a che fare con un generico “proprio meglio”. Semmai è quella spinta che ci fa andare avanti anche se non abbiamo voglia, anche se tutto è difficile e qualche volta si cade. A patto che si sappia dove si vuole arrivare, senza riserve e senza alibi, se scegliamo la strada dell’ambizione scegliamo la strada del provarci davvero.
Quindi lottate, gente, lottate. Perché dover fare i conti con una sconfitta non sarà nulla rispetto al vivere col rimpianto e la frustrazione di non averci nemmeno provato.

Dott.ssa Valentina Penati