Test Vertigo Lampkin Replica

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E’ finalmente arrivata sul mercato italiano la special di casa Vertigo opportunamente dedicata al testimonial numero uno della giovane azienda catalana, stiamo parlando naturalmente di sua Maestà Dougie Lampkin 12 volte Campione del Mondo (7 outdoor e 5 indoor).

La livrea dedicata, si caratterizza dall’elegante telaio bianco di ispirazione Ice Hell 2017 abbinata a molti particolari color Bronzo e decalcomanie tradizionalmente dominate da verde, nero e rosso racing, giustamente molto presente il logo DL 12 con la scritta Lampkin in bella evidenza e con adesivo argentato su lato destro telaio, in verità un po’ povero, con la numerazione del modello. 20180417_173134.jpg

il telaio a traliccio in acciaio 15CDV6 d’ispirazione Ducati nella parte superiore non cambia, mentre a chiudere il motore troviamo anteriormente due bretelle ed una piastra inferiore di supporto pedane e piastra para motore in alluminio 6082. A livello ciclistico medesimo cinematismo presente sulla Vertical, con Reiger a tre regolazioni, mentre nuove sono le piastre Geco per la forcella Alu-Gold Tech, già vista sulla Ice Hell; vengono aggiornate al modello Titanium le griglie protezione inferiori più bombate e spesse rispetto alla serie normale mentre sono adottate pedane e registri leve frizione-freno Geco nel color bronzo già citato, chiude questa carrellata generale l’utilizzo del disco posteriore omologato FIM.

20180417_173205.jpgLa meccanica di questa moto si caratterizza dall’utilizzo dell’iniezione elettronica sul condotto d’aspirazione e la gestione della stessa è affidata in tutti i modelli 2018 alla centraline EVO Get di Athena, con possibilità di utilizzare attraverso il modulo Wificom l’apposita App di gestione dei parametri principali, Tps, anticipo ed incremento carburante. Il motore della Lampkin rispetto al modello Vertical propone un diverso collettore di scarico in titanio con una curva ed una lunghezza maggiore, riguadagna poi come la Titanium la doppia mappatura Rain & Sun.

20180424_112021.jpgIn azione la moto si presenta con un rombo cupo e corposo caratteristico di questo propulsore, mentre le sospensioni dopo qualche minuto vanno subito a regime regalando una scorrevolezza da riferimento; la posizione di guida è veramente molto intuitiva e permette al pilota di familiarizzare immediatamente con la moto, trasmettendo una piacevole sensazione di comodità e controllo.

Nella guida in zona, così come sui sentieri più impervi la DL 12, mette in mostra le sue caratteristiche migliori, aderenza, erogazione e flessibilità d’utilizzo.

Come di consueto ho provato la moto nelle mie zone di riferimento sulle alture sovrastanti il Lago Maggiore, percorsi e passaggi che mi aiutano a capire le differenze tra i vari modelli.

20180424_095513.jpgCome già anticipato il grande feeling che la moto trasmette è il valore aggiunto ad una aderenza onnipresente ed a volte quasi inaspettata, in salita ad esempio devi preoccuparti solo di dosare il gas e mantenere la giusta centralità il resto lo fanno sospensioni e telaio, morbido e leggero quanto basta; in curva poi queste caratteristiche si esaltano facendo letteralmente correre la moto su due binari, incredibile!

Anche su ostacoli importanti la Lampkin aiuta molto salendo con eccezionale facilità praticamente ovunque, mantenendo sempre la proverbiale stabilità, in questo senso come sulla Vertical si apprezza la differente geometria del cinematismo posteriore e l’utilizzo di una molla più dura sull’ottimo Reiger.

Il motore in questa versione offre la doppia mappatura che ne caratterizza fortemente l’erogazione, da un lato in modalità rain la moto garantisce una curva molto progressiva e corposa, mentre quella dry trasforma il motore in un’unità molto pronta e reattiva, che richiede una guida decisamente più accorta e controllata. La possibilità che offre l’iniezione è veramente importante rispetto al tradizionale carburatore, erogazione sempre perfetta, nessuno smagrimento o vuoto, con la possibilità di utilizzare le prime quattro marce praticamente in qualsiasi condizione, sempre con una sensazione di forza e coppia veramente eccezionali. Si dimostra infine molto efficace questa nuova centralina Get anche nella gestione attraverso App o PC, una possibilità realmente utile che accresce il valore intrinseco di questo propulsore.

Su terreno sconnesso sembra di trovarsi alla guida di una Montesa per morbidezza e precisione e stabilità, ma con l’enorme vantaggio di una erogazione duetempistica e quasi dieci kg in meno. Veramente apprezzabile nelle lunghe passeggiate in montagna dove il propulsore grazie alla sua elasticità permette di guidare senza dover continuare a cambiare e cosa importantissima in altitudine la carburazione si adatta alla diversa pressione atmosferica mantenendo pressoché costanti le prestazioni.

In conclusione, un mezzo decisamente riuscito che risolti i problemi di gioventù si presenta sul mercato come la più moderna e personalmente più bella realizzazione degli ultimi anni, poi in questo caso col blasone d’essere dedicata al mitico Dougie Lampkin, campione nel decennio a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio del terzo millennio, ora incontrastato dominatore della classicissima Scottish Six Days Trial.

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Il sogno di Michele

In occasione del mio ritorno alle competizioni ho avuto modo di ritrovare un giovane amico al quale sono particolarmente legato per due ragioni, la prima è la stessa passione che ci anima e la seconda è che insieme a me è salito per la prima volta sulla moto da Trial. Apparentemente nulla di speciale direte voi, potrebbe sembrare una immagine come altre ma in realtà nasconde molto più di un semplice giovane sulla moto. Michele, questo il suo nome, infatti è l’unico trialista che conosco affetto da autismo e per questo è assolutamente eccezionale la sua attitudine. La sua storia e il suo percorso per come si è sviluppato, sono un fervido esempio di quanto possono essere eccezionali le persone che lo circondano ed aiutano a vivere il suo sogno. A tal proposito vorrei riportare un articolo, mai pubblicato, che scrissi in occasione del mio incontro con Michele in una giornata di sole del maggio 2012, quando grazie a due genitori visionari che non smetterò mai di ammirare e ad una collega Tecnico che citerò più avanti osammo farlo salire sulla moto con una risposta talmente entusiastica da rendermene fiero per tutta la vita!

Una bella scoperta

L’episodio che vorrei brevemente raccontare fa parte di quegli eventi sotto traccia che normalmente non vengono descritti nelle cronache istituzionali dei numerosi momenti tecnici o sportivi che viviamo durante la nostra attività, ma senza dubbio ne sono il motore che spinge ad affrontare ogni anno migliaia di Km in nome della passione verso il nostro sport. Spesso poi questi momenti sono frutto di curiosi incroci che il destino ci presenta quasi a volerci ricordare la nostra natura terrena di esseri umani e come tali straordinariamente unici nelle nostre differenze.

Tutto nasce quando meno di un mese fa, per una serie di ragioni che non sto a spiegarvi, vengo incaricato di assumere la gestione della Scuola Avviamento Trial nel fine settimana in Trentino ed in Veneto per due appuntamenti formativi, in occasione della SAT di Egna ho l’opportunità straordinaria di conoscere Michele. Grazie infatti alla sensibilità della mitica Deborah Albertini, indimenticata campionessa italiana femminile, che ha convinto i genitori di Michele a sperimentare questo test, mi trovo di fronte un undicenne trentino affetto da autismo (quella sindrome psichica, caratterizzata da una introversione nei comportamenti e nel linguaggio).

La prova della moto è prevista a fine giornata oltre l’orario previsto come termine delle attività, in modo da poter concentrare l’attenzione mia e del collega Andrea Vaccaretti (altro Tecnico convocato) sulla spiegazione dei primi rudimenti tecnici al nostro simpatico amico Michele. Lo stesso, ovviamente accompagnato dai genitori sul campo prova, da immediatamente segni di impazienza, è appassionato di moto e ci vuole salire senza tante chiacchiere!

Eccomi quindi pronto, non prima di averlo “vestito da pilota” con le necessarie protezioni, a far salire Michele sulla moto; scelgo un mono marcia e dopo averlo acceso accomodo il ragazzo sul mezzo nella corretta posizione di guida ed inizia per lui l’apoteosi! Immediatamente sorride e comincia a comunicarmi messaggi di grande soddisfazione che culminano con una serie di frasi che a memoria dei genitori non aveva mai detto…potere del Trial penso io e comincio ad accompagnarlo sul percorso previsto per la prova. Questi sono per me momenti straordinari, il fatto di poter aiutare ad esprimere anche solo per mezzora la passione di un ragazzino che normalmente fatica più degli altri mi riempie letteralmente il cuore di gioia, si inizia stando seduti ed in breve siamo in piedi come i trialisti veri! I momenti successivi sono un rincorrersi di emozioni, Michele si entusiasma e prende confidenza con me ed il mezzo meccanico, per un istante controlla da solo la moto ed è l’esaltazione, oramai lanciatissimo reclama un giro anche sulla Pit-bike a nostra disposizione, così me lo carico davanti e via per una decina di giri del tracciato, divertito e parzialmente soddisfatto (per la verità avrebbe continuato per ore!) sorride e…parla articolando delle frasi legate al suo stato d’animo…fantastico!

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Il termine della prova arriva, ci salutiamo con un bacio e l’impegno di rivederci al più presto per approfondire l’esperienza. I genitori increduli ci spiegano che mai Michele aveva parlato così tanto…fantastico! Saprò poi più avanti da Deborah che una Trial elettrica è stata acquistata nel frattempo al ragazzino.

Ora senza entrare in argomenti medici che non sono di mia competenza, devo però registrare la bontà della “terapia” Trialistica verso soggetti che hanno la vita scandita da ritmi tutti loro proprio come Michele, la mia personale percezione è che la moto stimoli quell’ancestrale desiderio di sfidare sé stessi, che fin dall’antichità era perfettamente espressa con la figura mitologica del Centauro.

Dopo aver conosciuto Michele ed essermi reso conto una volta di più che la diversità è una eccezionale occasione di crescita interiore, voglio concludere lanciando un umile messaggio di speranza a tutti i genitori:” non accontentatevi mai, cercate sempre la pienezza nelle vostre relazioni, sfruttate l’opportunità che avete di comunicare, di capire ed essere capiti, solo in questo modo potremo maturare quella consapevolezza verso noi stessi che risulta poi il valore aggiunto sia nella vita che nello sport.”

Perdonate l’intensità ma scrivo da padre di un quattordicenne affetto, sin dall’età di sei anni, da malattia genetica…

Come nelle migliori favole che la vita spesso ci regala, fortunatamente mio figlio, proprio oggi diciannovenne, ha battuto la sua malattia mandandola in remissione, e Michele ha continuato il suo meraviglioso percorso agonistico accrescendo le sue capacità grazie alla volontà dei genitori che lo sostengono con amorevole benevolenza e grazie alla straordinaria caparbietà di Deborah Albertini che con grinta e determinazione tutta femminile ha saputo portare avanti la crescita tecnica di Michele contro molteplici problemi, tra tutti l’indifferenza e la diffidenza di molti. Questo è infine il pensiero che anima la tenace trentina: Il TRIAL non è per niente uno sport facile anzi, molti lo provano e tanti lo abbandonano. Io lo insegno perché a sua volta qualcuno lo ha insegnato a m’è e poi mi hanno insegnato come insegnare e vi assicuro a volte non è facile anzi. Lui è Michele è affetto da autismo e forse è l’unico bambino che fa trial al mondo, per lui è la miglior terapia che ci sia. A chi mi dice tu sei matta io semplicemente rispondo, chiedi ad Alessandra ed a Roberto i suoi genitori cosa ne pensano e vedrai che essere matti a volte è la miglior cosa.” Grazie Deborah!

 

Dedicato a tutti i giovani trialisti e non solo…

My Coaching Philosophy

Mi rivolgo a tutti voi giovani, per raccontarvi cosa significa diventare veri Atleti ma anche a tutti coloro i quali pensano che sia sufficiente accendere la moto per esserlo.

Nella vostra dimensione di piloti, avete liberamente scelto di intraprendere un percorso sportivo e per questo preparatevi a viverlo con consapevolezza, accettando con umiltà tutti i piaceri ed amarezze che ne potranno sortire.

Nel Trial, l’agonismo è un percorso lungo, tortuoso e colmo di difficoltà come una “zona” di gara o la stessa vita.

Un pilota per dirsi tale, dovrà saper affrontare tutte queste difficoltà con la determinazione ed il sacrificio che solo una grande passione può alimentare.

Avrà successo un atleta volenteroso, umile, pronto a mettersi in discussione rispetto ai propri errori e con grande volontà di affermazione personale; nel Trial chi cerca scuse o alibi non farà mai strada, addossare le colpe alla moto o al proprio “Minder” equivale a dichiararsi un perdente.

In gara dovrete avere la consapevolezza delle vostre capacità e realizzare il vostro miglior Trial senza timori reverenziali, dovrete imparare a costruire le vittorie migliori sulle ceneri di una parziale sconfitta.

Ricordate che in “zona” spesso il rivale più difficile da affrontare lo troverete proprio dentro di voi e quanto più ne sarete consapevoli, tanto più riuscirete a dirottare l’attenzione sulle difficoltà del percorso, solo così sarete voi e la vostra moto alleati contro gli ostacoli.

Grazie ai vostri genitori avete a disposizione una grande occasione per realizzarvi sportivamente, non gettate al vento questa enorme opportunità!

 

Risorse

Coach: il vostro Coach rappresenta la persona competente ed esperta che vi consente di migliorare le vostre qualità di atleta aiutandovi a risolvere problemi tecnici-atletici-strategici e motivazionali, sfruttate a dovere questa possibilità creando il giusto feed-back, se non avete un Coach non perdete tempo, cercatelo!

Assistente in gara: deve rappresentare una risorsa utile ma non deve essere considerato il regista di una prestazione, quindi non caricatelo di responsabilità che sono sempre e solo vostre. L’assistente in gara parla solo se strettamente necessario e meno lo chiamerete in causa, più la vostra maturità tecnica come pilota sarà stata raggiunta.

La Moto: a volte rivale a volte amica sarà sempre la vostra compagna di gioco, quindi trattatela come tale ed abbiatene cura. Rispetto nella manutenzione e nella pulizia aiuterà a presentarvela sempre accattivante ai vostri occhi.

Cosa significa essere Pilota

  • Un atleta che vuole superare gli ostacoli imparando le migliori tecniche, ascoltando il proprio Coach, valutando i passaggi dei colleghi ed osservando i passaggi dei campioni
  • Un atleta che non si accontenta di un buon passaggio ma che vuole memorizzarlo nel suo bagaglio tecnico
  • Un atleta che ragiona sui propri pregi per poter eliminare i difetti
  • Un atleta che non accampa scuse o colpe
  • Un atleta che rispetta sé stesso, la propria moto e soprattutto chi lo circonda e lo sostiene
  • Un atleta che ha nel proprio Coach il punto di forza, perché lo aiuterà nella sua formazione umana e sportiva
  • Un atleta che quando si allena con altri spegne sempre la moto per ultimo
  • Un atleta che prima ascolta interagendo, poi valuta, elabora ed infine passa all’azione
  • Un atleta che ha passione per il suo sport e lo mette in cima alla lista dei suoi interessi
  • Un atleta che durante un allenamento raggiunge gli obiettivi prefissati, per poter spostare sempre più avanti il proprio limite
  • Un atleta che crede nella bellezza dei propri sogni e per questo ne determina il futuro
  • Un uomo consapevole del fatto che tutto ciò di cui ha bisogno si trova dentro di sé

Questo è il decalogo del buon agonista, se ti riconosci in questi 10 punti sarai un buon pilota e diverrai un giovane saggio, diversamente è meglio fare altro.

“Credo fermamente che l’ora più bella per ogni uomo, la completa realizzazione di tutto quello che gli sta più a cuore, sia il momento in cui, avendo dato l’anima per una buona causa, egli giace esausto sul campo di battaglia. Vittorioso.”  Vince Lombardi

Chiavi di lettura

a beneficio dei detrattori

Voglio utilizzare questo Blog personale, ideato per dare spazio alla mia visione sportiva del Trial, per commentare la precisazione di FMI rispetto al mio articolo pubblicato da moto.it sulla gara di Giaveno

Un articolo che è stato male interpretato ed ahimè, utilizzato in modo strumentatale per disegnarmi come il classico rancoroso che non rinominato dopo le ultime elezioni cerca vendetta mediatica, ma così non è voglio spiegare perché.

Chi conosce veramente me ed il mio trascorso, sa benissimo che umanamente quando ho potuto mi sono adoperato per migliorare una realtà che soffre dei medesimi problemi da tempo immemore, così come da pilota ho sempre cercato di portare avanti le istanze dei colleghi tant’è che sono stato per due anni nominato Rappresentante degli atleti Trial; mentre da D.T. FMI ho lavorato per il Settore Tecnico cosa che nel precedente corso federale era ben distinta dalla gestione sportiva (sarebbe come pensare che l’allenatore di calcio si occupa anche di scrivere i regolamenti ed i calendari). Ora identificare la mia figura come corresponsabile della gestione sportiva degli ultimi quattro anni è cosa non rispondente alla realtà e come detto strumentale, infatti se nell’epoca Lunardini e Mauri facevo parte del Comitato Trial con ruolo propositivo, questo non è più stato nella gestione Teobaldi grazie a scelte quantomeno discutibili del precedente corso federale. Si può quindi facilmente dedurre quanto in questi ultimi anni sia stato consultato o preso in considerazione per “rinnovare” come è stato fatto ad esempio con una regola paradossale dove in zona tutto è permesso o ancora dove si “inventano” le due entrate in zona.  Debbo altresì riconoscere invece una rinnovata collaborazione tra tecnico e sportivo nel nuovo corso FMI (da gennaio 2017), tant’è vero che la struttura gestionale è ora denominata Area Tecnico/Sportiva, emblematico il fatto che alla recente Riunione delle Aziende organizzata dal Comitato Trial, rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2016, era presente anche il nuovo Direttore Tecnico.

Fatto questo doveroso preambolo appare piuttosto evidente come nelle precisazioni del Comitato FMI si sia cercato di spostare l’attenzione su fatti superficiali inerenti solo l’organizzazione della gara e come detto cercando di farmi passare per l’astioso di turno.

Quindi per completezza di informazione:

  1. La mia citazione sul pubblico poco presente fa chiaramente riferimento al confronto con le precedenti edizioni svoltesi a Giaveno nel 2005/06/11, una osservazione nata dal fatto che contrariamente a quanto sostenuto da FMI io e numerosi altri piloti delle categorie minori abbiamo fatto i due giri finali praticamente insieme ai TR1 grazie proprio allo svantaggio di non avere come loro la corsia privilegiata.
  2. Sul discorso zone e tracciatura, data la mia esperienza di dieci anni di mondiale non temo smentite, la gara anche in questo caso paragonata alle edizioni precedenti mancava di quelle caratteristiche necessarie ad elevarla alla massima titolazione e questo è un fatto riconosciuto direttamente nel dopogara da numerosi piloti sentiti personalmente e non attraverso le interviste di rito o i redazionali ad uso newsletter per gli sponsor. Le classifiche delle scorse edizioni in confronto a quelle 2017 parlano chiaro.
  3. Le code, come già sottolineato nell’articolo, sono un problema registrato anche nelle gare regionali fatte quest’anno e non possono essere sottovalutate a tal punto da considerarle una normalità, questo è sportivamente ed eticamente inaccettabile oltre che arrogante. Passare una domenica di gara in coda è cosa altamente frustrante ed ingiusta, oltre che essere una via molto veloce per perdere numeri nei vari campionati, quindi perché non correre ai ripari come già fece ottimamente il defunto Giulio Mauri utilizzando la formula su due giri per quindici zone in auge da quest’anno anche nel Mondiale. Per la cronaca le code dal secondo giro in poi le abbiamo trovate alle zone 1-2-3-5-7-8-9-10.

In definitiva un tentativo mal riuscito che dimostra una volta di più come l’attuale gestione del Trial continui ad ostinarsi nella presunzione dell’aver ragione a prescindere, senza minimamente domandarsi se dietro alle mie sacrosante affermazioni ci potevano essere delle chiavi di lettura utili a migliorare una situazione sportiva che sopravvive stancamente a se stessa. Prendo atto tristemente di questo e continuerò in questo spazio, senza paura di strumentalizzazioni, a sottolineare ciò che secondo la mia visione è utile o meno alla rinascita di questo sport che merita molto di più della semplice passione e buona volontà passione, ma reclama a gran voce innovazione e competenza.

C’era una volta il Trial

Uno sguardo critico ma volutamente ottimista sulla disciplina più Zen del motociclismo

Mai come in questo periodo la disciplina sportiva del Trial, lo Sport che seguo da più di trent’anni, vive un momento di crisi d’identità che ne sta inesorabilmente inquinando alle radici lo spirito originario.

Quello stesso spirito che nelle desolate lande scozzesi agli inizi del secolo scorso vedeva uomini e macchine mettersi alla prova sfidando l’asprezza della natura selvaggia delle Highlands; battaglie epiche che questi impavidi uomini realizzavano cercando di compiere percorsi accidentati con il nuovo strumento di potere del secolo ovvero le macchine, massima espressione della rivoluzione industriale che avrebbe per sempre condizionato il progresso dell’uomo fino ai giorni nostri.

Ma cosa spingeva questi coraggiosi a mettere in discussione le proprie abilità tecniche e meccaniche, quale era il senso di tutto questo?

Certamente l’affidabilità del mezzo, il divertimento, il gioco ma anche il desiderio di mostrare la propria supremazia nei confronti degli altri e più profondamente l’ancestrale sfida alla natura, atavico richiamo dell’uomo.

Nasceva così la Sei Giorni Scozzese di Trial che nel 1909 diventava la prima competizione motociclistica al mondo, la più longeva e antica nella quale ancora oggi vede sfidarsi con grande successo di partecipazione i 350 trialisti giunti da ogni parte del mondo a celebrare questa mitica competizione.

Questo evento è a tutti gli effetti il precursore del Trial attuale, almeno nello spirito e nella sua etica sportiva riassumibile in una sfida alle difficoltà incontrate nell’affrontare tratti fuoristrada particolarmente accidentati dove la velocità perde significato in favore dell’abilità esercitata nel percorrere questi tratti, senza poggiare piedi a terra ed interrompere l’azione della motocicletta.

L’evoluzione e l’interesse creato da questa appassionante disciplina, ha portato velocemente ad una sua importante diffusione già nell’immediato dopoguerra espandendosi a macchia d’olio dall’Inghilterra fino alla Spagna e Italia che con i suoi molti importanti costruttori negli anni a cavallo tra il ’70 ed il 1990 ne hanno decretato il successo. Purtroppo negli ultimi venti anni altrettanto velocemente si è assistito ad un costante declino di popolarità, vendite e ad una sostanziale involuzione generale.

Questa doverosa introduzione apre la mia analisi attorno all’attuale stato dei fatti, un approfondimento che vuole essere una presa di coscienza rispetto a tutta una serie di discrasie generali che dai mezzi meccanici ai regolamenti ne stanno fortemente condizionando sviluppo e comprensione.

Ciò che immediatamente salta all’occhio è la frammentazione regolamentare caratterizzante l’assetto agonistico mondiale, un aspetto questo che condiziona tutto il sistema di crescita dell’intera filiera professionale e sportiva.

Siamo arrivati al paradosso che molte ed importanti Nazioni, in netta contrapposizione con la regola No-stop utilizzata da FIM, hanno adottato una propria libera interpretazione con il risultato di creare confusione e generale sfiducia dei piloti, del pubblico e di tutti i potenziali stakeholders verso le stesse istituzioni garanti della regola.

L’Inghilterra nazione depositaria della tradizione trialistica si è dotata di una regola che permette la fermata e penalizza l’arretramento mentre contempla il regolamento No-Stop in alcune competizioni classiche quali proprio la SSDT, la Francia permette la fermata e l’arretramento è concesso a patto che non si poggi a terra il piede, così come la Spagna che aggiunge anche un extra-time di 10 secondi al tempo totale  concesso di un minuto e mezzo (comune a tutte le nazioni) per completare la zona controllata, infine l’Italia che per distinguersi ha implementato oltre a quanto presente in Spagna la regola del tutto è permesso, arretramento con piede a terra, incroci di traiettoria, appoggio del manubrio a terra così come ogni parte del corpo a contatto con il suolo sono consentiti in questo regolamento che molto opportunamente è stato ridefinito “Stop & Hop”.

Questa giungla normativa non ha fatto altro che distogliere l’attenzione dai veri problemi che affliggono la disciplina agonistica, già perché curiosamente lo Sport del Trial quello che più in generale comprende le Mountain Trial e l’utilizzo ludico del mezzo per la sua relativa semplicità non soffre le stesse problematiche raccogliendo una media di 400 presenze per ogni appuntamento proposto.

L’evidenza con la quale dobbiamo fare i conti è quindi un sostanziale riordino delle norme cosa ostinatamente non riuscita a FIM (sostenuta dalle aziende) che con il No-Stop, se dà una parte ha calmierato la pericolosità nelle gare mondiali, dall’altra si è scontrata con l’oggettiva impossibilità di giudicare una fermata in zona con la tecnica raggiunta attualmente dai piloti nel Trial, rendendo di fatto inattuabile la regola così come doveva essere nei suoi nobili propositi; fallimentare anche nel gradimento del grande pubblico che ha fortemente osteggiato questa norma interpretandola come una limitazione delle libertà espressive dell’atleta, nel frattempo sempre più evoluto in una direzione indooristica, mutuata in buona parte dalla tecnica delle Bike-Trial, fatta di fermate sotto agli ostacoli, posizioni e balzi da fermo per superare gli stessi.

Le aziende costruttrici dal canto loro in questi anni hanno non hanno brillato in quanto a marketing ed investimenti, inseguendo per lo più il profitto e la riduzione di costi, limitandosi a sostenere dal 2013 la FIM nel “progetto No-Stop”. Conseguentemente l’evoluzione dei motocicli è andata verso una specializzazione esasperata tale da rendere poco appetibili queste motociclette ai non addetti ai lavori, non trascurabile nemmeno la relativa minore affidabilità dei mezzi.

Il risultato di questa “babilonia” si può riassumere con la metafora di Cenerentola, la più bella ma la più bistrattata ed in questo contesto l’evoluzione professionale, elemento fondamentale nell’agonismo di alto livello, non trova spazio fagocitando inesorabilmente i sogni e le speranze di tanti giovani costretti a smettere anzitempo.

In mezzo a tutte queste incongruenze, si devono muovere gli stakeholders della disciplina, siano essi agonisti, sponsor, moto-alpinisti o semplici praticanti che riuniti in associazioni o Moto Club, amano mostrare le proprie capacità organizzative in manifestazioni ed eventi sportivi. Quindi, va da sé considerare come centro di gravità proprio queste figure senza le quali il sistema non può reggere.

Ecco allora il Trial come vorrei, una disciplina con chiara la sua origine che ne determina altrettanto chiaramente la sua identità, con una definizione regolamentare uguali per tutti, da applicare scrupolosamente a percorsi di gara con caratteristiche ben precise di tecnicità e assenza di pericolo, le più naturali possibile, dove la guida su due ruote diventa una condizione essenziale, distinguendosi così dal mono-ruota sempre più in uso su ostacoli artificiali indoor ed applicabile maggiormente negli X-Trial.

Vorrei che le aziende costruttrici riconsiderassero i loro modelli, vestendoli da moto come un tempo, ma con l’opportunità di spogliarsi delle sovrastrutture e diventare strumenti di gioco, TRS con il suo modello X-Track apre la strada proprio in questa direzione, al prezzo di una moto ne avremmo due.

Vorrei che le associazioni di volontari, i Moto Club avessero dal proprio ente di riferimento il sostegno tecnico, umano ed economico necessario per richiedere alle amministrazioni locali spazi ed aree autorizzate; nel frattempo promuovere, con l’aiuto delle aziende ed i suoi rivenditori e magari ottenere piccole sponsorizzazioni, la realizzazione di scuole di avvicinamento e diffusione della disciplina, creando una vera e propria rete dove le individualità si trasformano in sinergica collaborazione verso obiettivi comuni.

Certo, allo stato attuale tutto questo pare utopia, semplicemente perché come spesso accade da noi si teme il cambiamento e così facendo ognuno può rimanere in casa propria al sicuro, a curare il proprio piccolo interesse convintamente arroccato sulle sue posizioni, ma paradossalmente lamentandosi che nessuno fa niente.

Credo fermamente, per l’esperienza maturata in anni di presenza sui campi di gara di tutto il mondo che solo determinati presupposti possono far risplendere nuovamente il nostro Sport; solo con rinnovata energia scrollandosi dal torpore attuale, guadagnerebbe lo slancio e l’entusiasmo in ogni direzione, dalla crescita di una filiera agonistica all’organizzazione di una competizione di qualsiasi livello. Per questo, auspico la necessaria competenza nei progetti ma anche meno presunzione e più collaborazione nell’azione, elementi necessari per ridare un futuro allo Sport più bello del mondo e non dover più scrivere malinconicamente: “c’era una volta il Trial”.

Concludo ricordando cosa diceva molto opportunamente a riguardo il grande imprenditore americano Henry Ford:

Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progressolavorare insieme un successo.”